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Radio
Favara101-L'Editoriale
“La
voce del direttore”
Rubrica
settimanale di don Diego Acquisto
in onda ogni lunedì
alle
ore 7,15 - 11,15 - 14,15 - 18,15
***********************
Senza
continuare a chiudersi nel silenzio, dicevamo che , dopo
cinque mesi di inutili riunioni, l'assunzione di
responsabilità, moralmente, era obbligatoria “sub
gravi”da parte di ognuno, secondo il
proprio ruolo.
Adesso pare, finalmente, che la situazione si è
sbloccata e si
fa almeno chiarezza. Se possibile, bisogna recuperare
saggezza, perché ne manca tanta
e quindi anche tempo perduto, perché ne è stato
perduto veramente troppo.
Hanno
sempre predicato e praticato la disobbedienza civile
che, in sostanza, vuole dire infischiarsi della legge,
non tenerne conto, fare il contrario, magari
atteggiandosi a martiri, con digiuni più o meno veri o
più o meno
coi finti; diffondere
insomma a piene mani la cultura del trasgressivismo, con
esempi pratici, come per esempio, fumare spinelli e
usare droghe cosiddette leggere, quando per legge – si
sa bene - questo è reato. E ancora. Praticare aborti
non consentiti dalla legge …inneggiare a visioni della
famiglia che sono in netto contrasto con quanto è
stabilito dalla nostra
Costituzione Repubblicana, ecc. Invece i radicali
in questi giorni si presentano come paladini, difensori
della legge e del rispetto di essa, solo perché così
sperano che siano esclusi dalla competizione elettorale
per le elezioni regionali, la candidata dello
schieramento avversario nel Lazio o
in Lombardia il Governatore uscente. Da un
eccesso all’altro, a convenienza; ci si rifugia in un
formalismo che calpesta la sostanza. Un timbro rotondo o
quadrato, o la dabbenaggine di qualche incapace, vengono
difesi, come legge importantissima, a discapito di un
obbligo-dovere ben più importante, sancito dalla
Costituzione, che è il diritto di voto di ogni
cittadino per il Partito di sua scelta.
E
infine una buona notizia che riguarda il CROCIFISSO –
una notizia che solleva l’animo di non pochi italiani.
La Corte di Strasburgo ha accolto il ricorso del governo
italiano. contro la sentenza che, il 3 novembre 2009,
aveva ritenuto lesiva della libertà religiosa e della
libertà di educazione la presenza del crocifisso nelle
aule delle scuole pubbliche.
Il caso, comunque, sarà riesaminato nei prossimi mesi
dai diciassette giudici della Grande Camera di
Strasburgo, che emetteranno la sentenza definitiva.
Intanto un primo passo. Nel suo ricorso, il Governo di
Roma ha sostenuto che le questioni religiose devono
essere regolate a livello nazionale in quanto
rispondenti a elementi distintivi dell’identità di
una nazione e che attualmente non esiste in Europa una
interpretazione condivisa del principio di laicità
dello Stato. Perciò “l’esposizione del Crocifisso
nelle scuole non deve essere vista tanto per il
significato religioso quanto in riferimento alla storia
e alla tradizione dell’Italia”. Questa prima
decisione e della Corte di Strasburgo viene intanto
giudicata un atto di buon senso. “Il crocifisso
esprime il centro della nostra fede cristiana, la
sintesi dei valori che hanno ispirato la cultura di
libertà, di rispetto della persona e della dignità
dell'uomo che sta alla base dell'Occidente. Radioascoltatrici e radioascoltatori, don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta ed anche a nome dello staff tecnico e
giornalistico di Radio Favara 101, vi augura buona
settimana con i programmi della nostra emittente.
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6-Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 15.2.2010
La
proposta autonomista ed il Lombardo ter
Situazione
politica in fermento in Sicilia da qualche tempo a
questa parte; fermento che ha
portato alla spaccatura del PDL, tra i cosiddetti
lealisti (la maggioranza, a cui si rifà anche il nostro
deputato regionale favarese Nino Bosco) ed il
PDL-Sicilia, a cui si rifà un altro deputato regionale
agrigentino, l’on. Cimino. Più di un osservatore ha
fatto notare che la Sicilia, storicamente, è sempre
stata un grande laboratorio politico, per nuove
esperienze di governo, poi esportate in altre regioni ed
a livello nazionale. Ed il riferimento è al fatto che
il gruppetto di deputati del PDL-Sicilia (una minoranza
del PDL ufficiale, PDL Sicilia,
che include ex di Forza Italia, vicini all’on.
Miccichè ed ex di
AN, vicini all’on Fini) unitamente all’ MPA, e
al PD, hanno dato vita, da qualche mese, ad un
nuovo Governo Regionale, il cosiddetto LOMBARDO ter, la
cui utilità per la crescita della nostra Regione, è
tutta da verificare. Tante le voci critiche, basate sul
fatto che il presidente Lombardo era stato eletto da un
cartello di Partiti tra cui l’UDC e il PDL ufficiale,
che adesso invece si trovano esclusi dal governo; e
quindi, voci autorevoli, come per esempio il Sen.
Schifani, hanno parlato di tradimento della volontà
dell’elettorato siciliano. Altre voci, - che hanno
invece condiviso la scelta di Lombardo, di cercare
l’alleanza col PD - parlano invece del Lombardo ter,
come frutto di un accordo tra le forze autonomistiche
siciliane, con il merito di avere liberato energie,
intelligenze, esperienze politiche diverse, per
convogliarle verso una vero e necessario rinnovamento
della nostra regione. Al fine poi di eliminare la netta
sensazione che si sia trattato – come per la verità di fatto è avvenuto -
di un accordo di vertice,
un accordo che è passato, a livello periferico, sulla
testa di dirigenti locali e dei simpatizzanti, ai quali
non è stata data l’opportunità di esprimere
le proprie valutazioni su una così
importantissima svolta,
- ecco l’iniziativa in corso, anche a Favara
- di una riunione – si dice - degli Stati
generali per “ridisegnare
– si afferma - la proposta autonomistica ed individuare le priorità programmatiche”
per un “nuovo
Patto per il Cambiamento”.
Noi
sospendiamo il nostro giudizio e ci mettiamo in vigile
attesa, augurando successo, se si tratta di un bene vero
per la Sicilia. Per il momento, sicuramente avviene una
grande contaminazione, per il coinvolgimento del PD. E
di ciò ne hanno consapevolezza piena
i massimi responsabili, che adesso vogliono
coinvolgere in questa contaminazione la base, senza
della quale – giustamente affermano - non ci potrà
mai essere proposta politica che abbia lunga e duratura
vita. Anche da questo punto di vista, se questa
contaminazione della base avverrà, staremo a vedere, ed
in questo senso vogliamo offrire qualche spunto di
riflessione in più
per stimolare il senso critico dei nostri
radioascolatori. E per questo, a quanti desiderano
conoscere il nostro pensiero,
ricordiamo che la Chiesa
non propone alcun particolare sistema politico,
sociale o economico, né mira ad imporre un proprio
concetto temporale di società. Con la sua dottrina
sociale che si sforza di tradurre nella prassi concreta
il Vangelo, la Chiesa assieme ad alcuni valori
irrinunciabili, offre orientamenti e ispirazioni per gli
impegni temporali dei cattolici. Poi, correttamente,
tutto è lasciato alla responsabilità dei singoli, a
livello personale e di aggregazione politica in cui
militano; tutto è lasciato alla loro creatività e alle
loro libere scelte di fronte a politiche alternative,
altrettanto accettabili dal punto di vista morale. Non
c’è dubbio che ai
cristiani che vivono nella politica e nel
sindacato,viene chiesto che la loro testimonianza sia un messaggio di liberazione, senza piegarsi mai di fronte
al male o alla mentalità corrente. Contestare in nome
della verità, pronti al dialogo e sempre nel rispetto
delle persone. Non c’è dubbio che in Sicilia si
richiede davvero una ventata nuova, per contrastare ed eliminare assurdi privilegi, con sperpero – quanto
sperpero - di denaro pubblico
ad esclusivo vantaggio di fasce selezionate di
clientele, ecc..ecc…Ben vengano allora tutte le
discussioni e gli impegni che vadano veramente in questa
direzione, nella direzione di un vero cambiamento in
positivo, anche se frutto di “contaminazioni”, il
cui elenco nella storia italiana, a partire dalla scelta
cavouriana del famoso “connubio”, non sempre però
– dobbiamo chiaramente dire - ha
portato i frutti desiderati e sperati. Nel desiderio di
migliorare effettivamente le cose in Sicilia,
soprattutto a vantaggio delle fasce sociali più deboli,
con un uso “morale” del denaro pubblico, non c’è
che da augurare successo a tutte le iniziative che cercano di coinvolgere la base;
compresa l’iniziativa in corso a Favara e nei
paesi della provincia, di questa riunione degli Stati
cosiddetti generali per divulgare la proposta di questo
patto autonomistico per il cambiamento, che vuole
coinvolgere anche il Partito Democratico di D’Alema
(non sappiamo se anche quello di Bersani e della Bindi)
, fermo restando comunque, che in democrazia il giudizio
definitivo spetta agli elettori nel segreto dell’urna,
esprimono la loro sovranità e decidono a chi affidare il
ruolo di governo ed a chi quello di opposizione. Ruoli,
che nella normalità della vita democratica,
ugualmente,
sono entrambi necessari ed importanti.
Radioascoltatrici e radioascoltatori, don Diego Acquisto
cordialmente vi saluta ed anche a nome dello staff
tecnico e giornalistico di Radio Favara 101, vi augura
buona settimana con i programmi della nostra emittente.
5-Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 08-02-2010
Qualcuno
ha parlato di sceneggiata, di una “sceneggiata
programmata”. Il riferimento è
alla trasmissione in diretta,
di Barbara D’Urso su Canale 5, con ospiti i
familiari della tragedia di Favara, i due Sindaci
Airò e Russello,
ed il sindaco di Salemi, uomo di cultura e critico
d’arte, SGARBI. Sappiamo quello che è successo e come è finita, o meglio non è
finita, perché dopo l’incidente, la trasmissione è
stata sospesa.
“La
trasmissione di Barbara D’Urso doveva essere il
confronto in diretta tra il sindaco Russello e l’ex
sindaco Airò sullo scottante tema
delle case popolari, da circa dieci anni in attesa di
assegnazione…”. La Barbara D’Urso doveva prevedere
che il suo tono patetico e carico di emotività, davanti
ai familiari addolorati…, qualche problema doveva
crearlo. Viene difficile pensare che la conduttrice non avesse pensato che,
quell’emotività che mirava a puntare il dito sui
Sindaci non avrebbe scatenato il furore di Sgarbi, non
nuovo a questo tipo di reazioni. Un taglio giornalistico
professionale (o più professionale) non avrebbe offerto
e non doveva offrire a nessuno e nemmeno allo Sgarbi di
turno, il motivo di alcuna reazione.
A
questo punto, al di là del tono e dell’atteggiamento,
ambedue riprovevoli, usati da Sgarbi, il problema reale
è vedere se corrisponde al vero quello che affermano i
Sindaci ( e non solo quelli di Favara); che cioè le
norme ed i lacci a cui sono costretti dallo Stato e
dalla Regione, bloccano tutto e privano concretamente il
Sindaco di ogni potere discrezionale. Sgarbi è andato
oltre, asserendo che in Sicilia, l’antimafia spesso si
rivela peggiore della mafia, nel senso che riesce a
bloccare tante cose, proprio con quelle norme che per la
verità erano state pensate solo per combattere la
mafia. Comunque sul vero tema del dibattito, si può
rimediare, con
qualche trasmissione ad hoc su qualche emittente
nazionale, provinciale o locale compresa la nostra
benemerita Sicilia TV.
Questo
il mio pensiero esternato a caldo su un giornale on line. Perché l’argomento meritava e merita una
diversa e più rispettosa analisi, anche
per approfondire il concetto, che “vigilare il
territorio è ordinaria amministrazione”; un concetto questo che aveva ed ha bisogno di essere approfondito, per vedere che cosa
l’ordinaria amministrazione ha il dovere di prevedere,
di includere e, solo dopo, quindi
parlare di eventuali inadempienze, da parte dei
burocrati o dello stesso capo dell’amministrazione
comunale, cioè il Sindaco. Sicuramente, il rinnovamento
di Favara passa proprio dal giudizio che ognuno farà
anzitutto su stesso. Ed a proposito, in questi giorni,
mentre hanno lavorato e, in ancora
lavorano le ruspe per le vie di Favara, impegnate
nel centro storico a demolire abitazioni giudicate
fatiscenti e pericolose, fermandomi un po’ a guardare,
più di una persona mi ha detto: “Crede
lei che cambierà qualcosa per Favara ?”. Al che
io ho risposto: “Cambierà
qualcosa, se cambieremo noi”.
La
trasmissione di Barbara D’Urso doveva avere
un’impostazione diversa. Perché la carica di emotività
che la Barbara alimentava, e la presenza dei familiari,
con la conseguente spettacolarizzazione del loro dolore,
non creavano le migliori condizioni per un dibattito
sereno, oggettivo, serrato, impietoso. Poi , eventuali
responsabilità penali si accertano nella sede propria,
perché non c’è nulla di più ingiusto e
antidemocratico dei processi penali sommari, fatti in
piazza o…forse oggi si deve dire…sulla stampa o alla
televisione.
Il modo come era partita ed era stata impostata la
trasmissione “Pomeriggio di canale 5”, io credo che,
di fatto, faceva guardare, pregiudizialmente, ai due
sindaci di Favara presenti, come a responsabili della
morte delle due povere ragazze. E questo chiaramente non
era inaccettabile. Oggi ci sono sindaci che temono per la loro
incolumità fisica e dei loro familiari. In un clima
avvelenato può succedere il peggio. La Barbara di
Canale 5 avrebbe dovuto e dovrebbe meglio degli altri
considerare anche questo, specie dopo l’episodio
toccato a Milano a Berlusconi. A conclusione di questa
nostra conversazione, vogliamo ricordare ai nostri
radioascoltatori che l’ex sindaco Airò, con una lunga
e dettagliata lettera ha detto quello che non è
riuscito a dire a Barbara D’Urso, cioè il motivo
della perdita
di tempo, nell’assegnare le case popolari, durante i
suoi cinque anni di amministrazione. Leggendo la lettera
e le spiegazioni , ognuno potrà formarsi il suo
giudizio. L’auspicio è che anche il responsabile
dell’IACP faccia altrettanto. Ma al di sopra di tutto,
a me pare, che quelle case semidistrutte, al di là di
ogni spiegazione, siano il monumento muto ma eloquente,
del modo come la politica affronta e conduce i problemi
della povera gente e le emergenze sociali che
interessano le fasce sociali più deboli. Da questo
monumento muto, contemplato e meditato, può e deve
venire fuori da parte di tutti, ognuno nel ruolo che
occupa, un risveglio delle coscienze, per un cambiamento
di rotta a 360° gradi. Dopo la tragedia, Favara deve
cambiare. In questo senso la mia proposta di un
Consiglio Comunale aperto, per raccogliere idee e
formulare propositi.
Radioascoltatrici e radioascoltatori, don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta ed anche a nome dello staff tecnico e
giornalistico di Radio Favara 101, vi augura buona
settimana con i programmi della nostra emittente.
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Una settimana drammatica per Favara
4-Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 01.02.2010
“La voce del direttore”
Settimana
intensa di avvenimenti per Favara, quella che si è
appena conclusa sabato scorso; settimana per tanti versi
drammatica, quella che è trascorsa da sabato 23 a
sabato 30 gennaio, che proviamo a ripercorrere a
ritroso. E il sabato è ordinariamente il giorno in cui
registriamo questo nostro intervento settimanale su
questa emittente radiofonica, che voi ascoltate poi il
lunedì, a partire dalla prima messa in onda delle 7,15.
Settimana che si è conclusa con la notizia clamorosa
che alcuni baby criminali di casa nostra, con il marchio
doc di favaresi, pur provenienti da buone famiglie, per
fare carriera nella “disonorata” società, avevano
elaborato e messo a punto un progetto, per sequestrare
il figlio del sindaco di Favara, avv. Mimmo Ruscello.
Tante persone, semplici e singoli cittadini, movimenti
ed organizzazioni, dopo questa incredibile ma vera
notizia, hanno espresso la loro solidarietà al sindaco
Russello, invitandolo ad andare avanti, per il bene
della città. All’emergenza sociale, l’emergenza
educativa, le due grandi emergenze di Favara. Ma
procediamo, se ci riusciamo, - coinvolti emotivamente
come siamo in questi drammatici eventi- con un certo
ordine. Il giorno
prima, giovedì
28, la Comunità Ecclesiale di Favara,
con una lunga lettera dell’arciprete don Mimmo Zambito, dopo
tante notizie inesatte dei giorni precedenti, aveva
riconfermato il suo impegno di evangelizzazione, con
particolare attenzione a favore dei
più poveri,
rendendo omaggio alla verità, chiarendo equivoci
e distorsioni, più o meno
strumentali
o interessati, sulla
persona del sindaco Ruscello, sulla sua “azione
civica e politica, prosecuzione finissima della capacità
di reggere con maturità e coscienza la
famiglia, le relazioni e la professione”,
come ha scritto testualmente don Mimmo, la cui voce è
apparsa artificiosamente amplificata, solo quando
sembrava parlare contro le istituzioni locali. Con la
lettera, riconoscendo che nella tragedia
qualche passo falso è stato compiuto, don Mimmo
e la chiesa di Favara hanno voluto trovare e di fatto
hanno trovato il coraggio di chiedere perdono e
comprensione per
la fragilità umana, ricordando a se stessi ed a tutti
che sempre c’è bisogno di conversione.
Già,
perché gli equivoci erano iniziati nei giorni
precedenti e soprattutto, nel giorno dei funerali delle
due povere ragazze, Marianna e Chiara Pia Bellavia,
tragicamente perite nel crollo improvviso della loro
casa in Via del Carmine. Un evento dolorosissimo che ha
portato Favara all’attenzione dei network nazionali;
un evento che ha drammaticamente portato alla ribalta
una situazione di povertà e di degrado del centro
storico, su cui, per la verità, anche noi da questa
nostra emittente, ogni tanto abbiamo alzato la voce.
I
funerali si sono svolti in maniera ordinata e
responsabile, segno della grande dignità e maturità,
della famiglia colpita dal gravissimo lutto e
dell’intera collettività favarese. La comunità
ecclesiale, come, giustamente, ha scritto don Mimmo
Zambito, non
poteva tirarsi fuori da questa tragedia, pur consapevole
che la comunicazione di massa
– sopratutto nazionale – mediante
televisione, giornali, internet avrebbe massacrato con
superficialità la nostra città, i suoi amministratori
e il dolore
dei favaresi e della stessa famiglia
Bellavia. E alla fine, spente le luci delle
telecamere e andati via i network nazionali, avrebbe
lasciato strascichi di divisione, soprattutto col il
Sindaco Russello, fatto
bersaglio di assurde ed arbitrarie accuse. Avere
impedito l’accesso alle TV per l’accoglienza delle
salme di Marianna e Chiara Pia in Chiesa e per il
funerale, rientrava in questa logica. Ma malgrado
questo, il modo ed il taglio come sono stati presentati
da tutte le emittenti nazionali, l’omelia di don
Mimmo, gli applausi, i silenzi significativi del popolo,
la rinuncia dell’Arcivescovo don Franco a presiedere
la concelebrazione, malgrado la sua presenza in Chiesa
tra il popolo, tutto questo, tutti insieme questi
atteggiamenti e questi comportamenti, con il taglio ed
il modo come sono stati presentati, sono risultati, come
una vera e
propria bomba atomica mediatica, contro
quasi un unico bersaglio: il sindaco di Favara
Russello. Ecco il senso del perchè della
lettera dell’arciprete: chiarire equivoci e
distorsioni, ristabilire la verità sul giudizio da dare
alla persona ed all’operato del Sindaco Russello,
richiamare tutti, alla luce degli eventi, alla
conversione. Adesso tutto sembra definitivamente
chiarito e bisogna guardare avanti. Sì, dobbiamo
guardare avanti, facendo tesoro dell’esperienza di
quanto accaduto e riflettendo che
alcuni poco praticanti delle cose di Chiesa, che,
magari, vengono solo in queste circostanze, sono portati
ad interpretare
l’omelia,
come quella di don Mimmo, - un’omelia particolarmente
incisiva e profetica - con la categoria del comizio,
quasi in favore di una certa parte
politica, arrecando così, anche se
inconsapevolmente, un danno, prima alla propria parte
politica, poi alla gente, e quindi Città ed alla
Chiesa.
L’omelia
deve essere presa come omelia, cioè come messaggio
squisitamente religioso, e da parte di tutti – proprio
di tutti, a partire dallo stesso predicatore – accolta
con atteggiamento di conversione interiore.
E
quando da parte di tutti, c’è veramente desiderio ed
impegno di conversione, le cose non possono che
migliorare.
L’emergenza
sociale e l’emergenza educativa iniziano un cammino
nuovo di soluzione, con la grazia di Dio, che per i
credenti, accompagna e potenzia gli sforzi umani
sinceri, non quelli strumentali, interessati e falsi.
Radioascoltatrici e radioascoltatori, don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta ed anche a nome dello staff tecnico e
giornalistico di radio Favara 101 vi augura buona
settimana con i programmi della nostra emittente.
Radio Favara 101 – Editoriale straordinario di don Diego Acquisto
sabato 23.01.2010
Crollo di una palazzina a tre piani: due morti.
Tragedia
a Favara. Un popolo sgomento. Tutti avrebbero voluto
direttamente partecipare alle operazioni di soccorso
subito scattate. Un particolare encomio lo meritano
senz’altro i carabinieri di favara subito accorsi, e
poi subito dopo, i Vigili del fuoco di Villaseta , i
volontari dell’Associazione Civile Grifoni, e ancora i
vigili urbani, e altri ancora, ognuno mettendo a
servizio la propria professionalità, senza risparmiarsi
di fronte a pericoli
e fatiche. Ci riferiamo al
crollo di un’abitazione del centro storico di
Favara, una palazzina come tante fatiscente. Una
palazzina di tre piani,
nella zona del Carmine, in pieno centro storico a
Favara, un’abitazione che si fa per dire, è crollata
all’improvviso. Sotto le macerie sono rimasti tre
bambini, dei coniugi Giuseppe Bellavia e Giuseppina
Bello, lui un manovale saltuario, lei una casalinga,
persone oneste e laboriose, che pare da tempo chiedevano
una casa popolare, una di quelle case da assegnare da
tempo, una quelle case finite da oltre 10 anni, e che i
vandali hanno semidistrutto. Se la burocrazia non avesse
bloccato l’iter di assegnazione, la famiglia
Bellavia-Bello, che sicuramente pensiamo avrebbe avuta
assegnata una casa popolare, non si troverebbe a vivere
direttamente questa tragedia. Una tragedia che comunque
è dell’intera città, sentita da tutte le autorità,
subito convenuto nel luogo del disastro, dal sindaco al
Prefetto, alle Aurotità provinciali, civili e militare
alle Autorità religiose, con lo stesso arcivescovo
Montenegro, con centinaia e centinaia di cittadini, tutti pronti a lavorare,
per estrarre dalle macerie i tre ragazzi, ma
impossibiliti a farlo perché già in numero più che
sufficiente, i soccorritori; a giustamente le forze
dell’ordine hanno tenuto un po’ distanti gli altri,
perchè la
maggiore vicinanza avrebbe significato rallentare le
operazioni di possibile soccorso. Alla fine il bilancio
è pesante, due ragazzi morti, ed uno che lotta per
vivere ed al quale tutti facciamo i più fervidi auguri
di guarigione. E intanto la città si prepara ai
funerali, che sicuramente vedranno una straordinaria
partecipazione di popolo. Superato ed archiviato qualche
momento di comprensibile tensione, è davvero solo il caso di pregare e di riflettere, per vedere quello che con
determinazione si deve fare, perché altre tragedie
potrebbero davvero verificarsi, nel centro storico che
interessa soprattutto i quartieri della Chiesa Madre,
del Carmine e
della parrocchia S. Vito. Il sacrificio delle due
ragazze Marianna e Maria Pia Bellavia dovrebbe spronare
finalmente tutti, autorità e Popolo favarese e non
solo, a fare tutto quello che umanamente è possibile
fare, invocando se necessario anche una legislazione
straordinaria per evitare, per quanto possibile simili
tragedie.
La
situazione di Favara è la stessa, se non più
drammatica di quella d Agrigento; a Favara il problema
non è nuovo, più di una voce ogni tanto si è levata,
per denunciare possibili pericoli, specie dopo il
crollo, fortunatamente senza danni, di uno stabile di
Via Bersagliere Urso, a pochi metri dal Calvario. Per il
centro storico di Agrigento, dove tra l’altro manca
una via di fuga e continua la perdita di tempo, anche
dopo il sopralluogo di Bertolaso, si è levata forte la
voce dell’Arcivescovo. In una lettera che
l'arcivescovo Francesco Montenegro ha scritto e inviato
al sottosegretario alla protezione civile Guido
Bertolaso, al prefetto, Umberto Postiglione,
all’assessore regionale ai Lavori pubblici, Antonino
Beninati, al sindaco di Agrigento ed a tante altre
autorità, tra l’altro ha detto: Busso
una seconda volta, dopo il terremoto abruzzese, alle
porte di Voi, gentili Autorità, per richiamare la
Vostra attenzione sul grave problema, pur sapendo che da
parte Vostra questa non manca, però il tempo passa
veloce e non si riesce ad arrivare a nessuna
conclusione. Improvvisamente e con frequenza,
sconcertati, vediamo scomparire paesi interi a causa
della forza della natura e degli avversi elementi
atmosferici. Fa male e fa rabbia sentire, puntualmente
dopo ogni disastro, che sono sciagure preannunciate e
attese. Mi passano per la mente le immagini di due anni
fa quando già una frana colpì il paese di Giampilieri,
in provincia di Messina. Allora, la gravità e
l’urgenza di interventi era condivisa da tutti. Le
promesse delle istituzioni davano l’impressione che
tutto, in quei territori, in poco tempo sarebbe stato
sistemato. Invece, dopo due anni e nonostante alcuni
segni premonitori, si piangono decine di morti! E ora si
ha l’imprudenza, da parte di chi ha responsabilità di
governo, di affermare che questo non è il momento delle
polemiche. La vita è sacra! Ogni cittadino ha diritto
alla sicurezza. Le istituzioni hanno il dovere di
assicurarla. Mi chiedo: - continua l'arcivescovo -quanto
tempo dovrà ancora passare, qui da noi, prima di
arrivare a soluzioni condivise? Sono anni che ad
Agrigento si parla di questo problema e alla richiesta
di fare qualcosa di risolutivo, si risponde, da chi ha
possibilità di decisione, che si sta studiando la
soluzione migliore. Ma perché ci vogliono i morti per
trovare subito le giuste risposte? Così conclude,
per Agrigento, l'Arcivescovo.
Purtroppo
a Favara i morti li abbiamo avuto. Finalmente da parte
di tutti, ognuno per il suo ruolo di responsabilità,
deve prontamente intervenire. Bando alle polemiche ed
allo scaricabarile di responsabilità. Bisogna agire. E
anzitutto intervenire con ogni mezzo a favore della
Famiglia Bellavia-Bello così duramente provata.
2-Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì
18.01.2010
Politica
in movimento a livello nazionale, a livello regionale,
provinciale e locale,
- cioè anche qui, nella nostra Favara. Qui in
Sicilia, sembra una diretta conseguenza di quanto
avviene a
livello nazionale, tra le due componenti del PDL, tra i
due leader, Berlusconi
e Fini,
rispettivamente Presidente
del Consiglio e Presidente della Camera, il quale
ultimo, non sembra
perdere occasione
per smarcarsi dalla linea della maggioranza interna del PDL, in cui la guida riconosciuta è Berlusconi. Fini, spesso
ufficializza una linea diversa del Partito a cui
appartiene. E anche questo,
forse in Sicilia, ha portato ad un nuovo Governo
regionale, che ha visto l’uscita dei cosiddetti lealisti di Forza Italia
mentre l’UDC già prima aveva preso le distanze, con
dichiarazioni di fuoco dell’ex presidente della
Regione Cuffaro. Non sappiamo quanto risulti gradita a
siciliani l’operazione che si è consumata in Sicilia.
Secondo il Sole 24 Ore”, “il
tonfo registrato da Lombardo nella statistica del
gradimento, parla chiaro. Ma non vogliamo essere
frettolosi, staremo a vedere, perché non mancano alcuni
affermano
che questo nuovo governo in Sicilia, anche se nato fuori
dalla consultazione elettorale del 2008, è quello,di
cui ha bisogno la nostra terra. Perché sarebbe
il governo che vede
in gioco forze nuove in una maggioranza inedita,
cioè l’incontro tra forze autonomiste e riformiste,
capaci, in questo momento di emergenza,
di approvare le riforme essenziali,di cui c’è
bisogno. Qualche autorevole esponente del PD siciliano giura
che la gente siciliana sta capendo il senso della sfida.
Altri aggiungono che il PDL Sicilia (sempre più lontano
da Berlusconi) potrebbe rappresentare un nuovo scenario
politico, esportabile in Italia, perchè la Sicilia ha
la vocazione di essere un laboratorio politico per
l’Italia. Noi non ci pronunciamo; restiamo sempre
dell’opinione che tutte le operazioni veramente
politiche devono passare al vaglio della sovranità
popolare, che si esprime solo nel segreto dell’urna. E’
l’unica prova
certa e democratica, non costituita da ragionamenti
sofisticati fatti a tavolino. Intanto non potevano
mancare le risonanze alla Provincia regionale, dove
negli ultimi giorni si sono consumati importanti
passaggi politici che hanno modificato la geografia
politica, con la
costituzione del gruppo consiliare del Pdl Sicilia, e la
dichiarazione di indipendenza di qualche altro
consigliere. Da ciò, la
giustificata richiesta da più parti, di una
riunione per rivedere gli equilibri complessivi
dell’Amministrazione.
Fibrillazioni
anche nella nostra Favara, da quando il Sindaco Russello,
ai primo dell’ottobre scorso, anticipando i tempi,
manifestò ufficialmente il proposito di riprendere il
dialogo con i Partiti che avevano condiviso il progetto
politico. Sicuramente non hanno mancato di influire per
una conclusione del
rimpasto o costituzione della nuova Giunta politica a
Favara, gli avvenimenti nazionali e regionali. Ma
adesso, giunti alla fine di gennaio, siamo proprio al
dunque, non è più tollerabile questo clima di
incertezza ed il Sindaco Russello, non ha più motivi
per rinviare la sua decisione.
Nella
valutazione politica generale, dietro a tutti questi
problemi a livello nazionale, regionale, provinciale e
locale, l’auspicio delle persone più responsabili è
che tutto
ciò sia
dovuto ad un desiderio di sincera ricerca della strada
migliore per conseguire il bene comune e solo questo.
Perché naturalmente il pericolo è invece che dietro ,
invece ci sia unicamente la lotta per il potere
concepito non come servizio, ma come affare, per la
propria bottega, la propria clientela, la propria
famiglia di sangue e politica. Insomma solamente affari
ed interessi privati, con ricerca del consenso
clientelare a tutti i costi. Lo stesso scontro
all’interno della maggioranza del governo a Roma come
a Palermo, sarebbe solo per il controllo dei centri
della spesa pubblica, dalla Sanità alle nomine
dirigenziali ai vertici della burocrazia
nazionale regionale e alla gestione dei fondi
europei. Una corsa
che non arretrerebbe dinnanzi a nulla, neppure di
fronte alla
drammatica emergenza economica che i cittadini
stanno soffrendo.
In
questo clima, a quanti si vogliono lasciare illuminare
dai principi della Dottrina Sociale della Chiesa,
con il coraggio di
“sporcarsi le mani”, la strada è quella
indicata da Giovanni XXIII del “Vedere, giudicare,
agire”. Con la forza e
l’impegno di un rinnovamento interiore, che
porta a passi magari graduali, ma concreti nella
direzione del superamento degli interessi egoistici per
puntare solo al bene comune, all’interno del quale
possono trovare soluzione anche problemi personali. E la
strategia obbligata, suggerita dalla Dottrina Sociale
della Chiesa, non è mai quella dell’imposizione, ma della democrazia, del
consenso popolare. Per moralizzare la cosa pubblica non
ci possono essere altre soluzioni. La storia anche
recente ci ha insegnato quanto pericolose e
controproducenti siano le scorciatoie delle imposizioni
autoritarie, che si sono rivelate fonte di violenza e di
tragedie sociali e umane.
Radioascoltatrici e radioascoltatori, don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta ed anche a nome dello staff tecnico e
giornalistico di radio Favara 101 vi augura buona
settimana con i programmi della nostra emittente.
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AUGURI PER UN SANTO NATALE, BUONA FINE d'ANNO
e
BUON INIZIO del nuovo ANNO civile 2010. |
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38-Editoriale di radio Favara 101 – lunedì 21.12.2009
Per
la Chiesa, da alcune settimane è iniziato il nuovo Anno
Liturgico, destinato al culto ufficiale e pubblico di Dio.
Quando inizia qualcosa, si comincia a guardare al futuro e
con l’Avvento, che è questo primo periodo dell’Anno
liturgico, nel quale, ancora per pochi giorni ci troviamo,
i cristiani guardano ad un futuro prossimo ed a un futuro
molto più lontano. Tempo di attesa, l’Avvento celebra
tutto il grande mistero della speranza cristiana, dalla
prima venuta del Signore nella povertà di Betlemme, che
ricordiamo proprio il 25 dicembre, giorno di Natale, sino
all’ ultima venuta, con potenza, alla fine del mondo,
come Re della gloria. Entro questi due avventi, un’altra
venuta, quella quotidiana, nel faticoso svolgersi degli
eventi. Il credente affina la sua capacità di valutare
gli eventi del mondo, di giudicarli con un atteggiamento
critico e propositivo, e sa che, malgrado tutto, malgrado
le furberie, i latrocini, la malefatte degli empi, le
cattiverie, le violenze – insomma malgrado tutto - la
storia, è destinata ad arrendersi
al progetto salvifico di Dio.
Per
andare al concreto, in questi giorni scorsi, come comunità
nazionale, sicuramente, abbiamo tutti meditato su quello
che significa violenza fisica, quando questa corrompe la
contesa politica. Di fronte all'immagine del volto del
Presidente del Consiglio
trasformato in una maschera di sangue , tutti siamo
stati raggiunti da questa carica
di violenza. Il film drammatico di piazza Duomo a Milano,
ha fatto il giro del mondo, testimoniando il degrado dello
scontro politico in Italia. Di fronte al dramma di
Berlusconi sanguinante e sofferente, a non pochi, è
tornata in
mente la celebre frase che Kennedy disse di fronte alla
tragedia del Muro di Berlino: siamo tutti italiani. A
ricordarcelo, tra l’altro, con parole
semplici ed efficaci, è stato
il capo dello Stato. Basta con ogni forma di violenza.
Solo così la politica può salvarsi, - ha detto
Napoletano - ritrovando il suo spazio e la sua autonomia,
nella quale è compreso il confronto tra maggioranza e
opposizione, confronto anche durissimo, ma solo come
scontro di opinioni, di programmi e di strategie,
distinguendo sempre, tra
critiche e odio, tra
contrasto d'idee e violenza.
La
Chiesa, che sempre, ma soprattutto in questo periodo, di
Avvento, raccomanda un costante discernimento degli eventi
del mondo, non ha mancato di fare sentire la sua voce,
invitando tutti ad un recupero di saggezza.“La violenta aggressione subita dal presidente del Consiglio –ha
fatto notare la gerarchia ecclesiastica - costituisce un episodio di singolare ed esecrabile gravità”. E mentre
i Vescovi italiani hanno
espresso
sincera vicinanza al presidente Berlusconi – hanno
altresì auspicato – “per
il nostro Paese un clima culturale più sereno e
rispettoso, al fine di realizzare nella coesione sociale e
nella responsabilità politica il bene di tutti e di
ciascuno”.
Tutto questo, nella piena consapevolezza che
una “spirale” di odio è molto facile da innescare e
assai difficile da spegnere, da superare. Ecco, allora, la
necessità di un convinto e condiviso investimento
culturale ed educativo per fare crescere insieme il Paese,
per isolare i
violenti e andare avanti con convinzione, nella
concretezza.
In
questo periodo poi, la necessità
- aggiungiamo noi -
di aprire il
proprio animo ai disagi e sofferenze con iniziative
concrete di carità.
Il
fascino delle tradizioni e dei canti, delle nenie
natalizie, nulla deve togliere ad un impegno più incisivo
di costante purificazione delle strutture sociali come
delle singole persone, per crescere nella cultura della
solidarietà e della cooperazione.
In
questi momenti, mentre noi stiamo parlando, dovunque, a
Favara, come in tutti i Comuni della nostra provincia, si
stanno ultimando gli ultimi accorgimenti per rendere
a tutti più sereno il Natale, non solo dal punto di vista
liturgico, ma anche dal punto di vista sociale. A Favara,
tra le tante iniziative private e pubbliche di solidarietà,
- quella della Comunità Ecclesiale “Favara
aiuta Favara”, portata avanti dalla Consulta
cittadina di pastorale giovanile, ancora quest’anno
nella linea della solidarietà e della creatività.
E contemporaneamente l’impegno a far
rivivere antiche tradizioni, di folklore, di nenie
particolarmente melodiose, davanti a presepi, alle "Nuvere"-
preparate con entusiasmo e slancio popolare, per rendere
omaggio al Bambino di Betlem, al cui fascino è
impossibile resistere. Natale, il periodo più magico dell'anno, la festa delle
tradizioni, degli addobbi, delle musiche allegre e degli
spettacoli in piazza, dei doni, delle atmosfere magiche e
della bontà. E per tutti, tra un pranzo e un brindisi,
tra una partenza e uno scambio di regali, un augurio di
felicità, che il cristiano consapevole non può vivere da
solo e solo in modo superficiale ed effimero.
E
con questi pensieri, don
Diego Acquisto cordialmente vi saluta ed unitamente a
tutto lo staff tecnico e giornalistico di Radio Favara
101, augura a tutti i radioascolatori, alle Autorità
civili, politiche e religiose, della città dove ha sede
questa nostra emittente, come pure della provincia,
cordiali auguri di buon Natale, buona fine d’anno e buon
inizio del nuovo anno 2010.
Noi
ci risentiremo lunedì 11 gennaio.
36 - Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 07.12.2009
-«Non ho, lo
riconosco, il dono dell’opportunità e della prudenza ma
si è come si è». -
«Fatalità a parte, il nostro mondo non è fatto come è
e come domani sarà, da questa o quella Astrazione, è
fatto da ciò che avviene in noi uomini, o in qualcuno di
noi» -"C'è gente che scrive, e pubblica sui
giornali (o sulle pagine web, aggiungiamo noi) quello che
scrive, ma non sa assolutamente leggere".
Si
tratta di pensieri e giudizi di Leonardo Sciascia,
nato a Racalmuto , l’8 gennaio 1921 e morto a Palermo
il 20 novembre 1989, sepolto nel cimitero di Racamuto.
In un articolo
pubblicato nel 1987,
sul «Corriere della sera» dal titolo “I
professionisti dell' antimafia”, due anni prima della
morte, Leonardo Sciascia aveva affermato che in
Sicilia, per far carriera nella magistratura, nulla vale
più del prender parte a processi di stampo mafioso.
Nei
giorni scorsi, diverse sono state le commemorazioni,
ricorrendo il 20° anniversario della sua morte.
Ricordiamo solo quella a cui ha partecipato
il ministro della Giustizia, Angelino Alfano, per
quello che ha detto a Racalmuto, ripreso poi da tanti
giornali nazionali.
Ha
affermato che oggi la Sicilia e il Paese avrebbero
bisogno di un intellettuale come Sciascia, un vero
intellettuale che è stato al tempo stesso antimafioso ed
anticonformista.
“Sciascia
– ha sottolineato Alfano –
aveva una grande passione per l’antimafia ma era al
tempo stesso un garantista.
Il suo anticonformismo emerse quando non era di
moda, quando affermò l’innocenza di Tortora (ricordiamo,
il grande conduttore televisivo, ingiustamente accusato e
processato)
o le sue affermazioni sui democristiani che non sono tutti
uguali. Già nel 1980 –
ha detto ancora Alfano – Sciascia ebbe
l’intuizione che per battere i mafiosi bisognava
togliergli i soldi”.
Non
è mancato, da parte del Ministro Alfano, un riferimento
all’acceso dibattito in corso sul
processo breve. smentendo l’ ipotesi secondo cui
l’attuale maggioranza politica intende dare precedenza
al lodo costituzionale piuttosto che al processo breve.
Ma
tralasciamo questo argomento contingente, anche se di
grande attualità, visto che viene considerato, da non
pochi sicuramente in modo strumentale, come uno scandalo
internazionale. Alfano ha affermato:“DEVO
CREDERE CHE LE TOGHE TRALASCINO LA POLITICA e inseguono
solo disegni di verità e non politici.”, precisando:“Ho
il dovere di continuare a crederlo ed il diritto di
sperarlo.” Così , con parole caustiche, il
ministro della Giustizia, Angelino Alfano a Racalmuto,
all’incontro organizzato dalla Fondazione Sciascia. A
Racalmuto si parlava di “Inquisizione di ieri e di
oggi”
prendendo
spunto dalla figura dell’eretico siciliano, di cui si è
interessato Sciascia, Fra Diego La Mattina, che, mentre
veniva condotto al luogo del supplizio, ha ucciso il suo
aguzzino. Alfano ha precisato di volere appositamente
evitare sovrapposizioni tra quello che accadeva nel ‘500
ed i giorni di oggi; ma ha detto che “oggi
come oggi la Sicilia e l’Italia avrebbero bisogno di un
intellettuale come Sciascia, al tempo stesso antimafioso
ed anticonformista. Non
solo perché aveva
una grande passione per l’antimafia, ma era al tempo
stesso un garantista. E’ difficile trovare oggi
personaggi come lui, per il coraggio che univa il suo
essere un letterato al suo essere anche in alcuni casi un
giurista”. Queste le parole ed il giudizio
dell’attuale ministro della giustizia, l’agrigentino
Angelino Alfano. Ma ritorniamo a Sciascia.
Gli
ultimi anni di vita dello scrittore sono segnati dalla
malattia che lo costringe a frequenti trasferimenti a
Milano per curarsi. Sia pure a fatica prosegue la sua
attività di scrittore, mentre i continui attacchi di
una sinistra opportunista e ideologizzata lo impegnavano
in sempre più taglienti e ironiche reazioni. Certo la vicenda di Sciascia è davvero singolare, prima osannato e
candidato dai comunisti, poi isolato e osteggiato per
disaccordi sugli estremismi e infine riabilitato dai
comunisti e da tutta la sinistra, con una cancellazione di
tutte le polemiche. Una vicenda che la dice lunga sulla "cultura" di sinistra e del
trattamento riservato a un personaggio troppo lucido ed
acuto e poco disposto all'obbedienza supina.
E'
stato, insomma, uno scomodo compagno dei partiti politici,
avendo egli denunciato l'ineliminabile ipocrisia della
politica. In Leonardo Sciascia,
spregiudicato osservatore della realtà, c'è una perenne
tensione tra la fiducia nella ragione e la constatazione
della sua sconfitta. In questo scrittore siciliano
e agrigentino, comunque si integrano la cronaca, la
tensione civile e la passione letteraria. Egli
ha fatto della produzione letteraria uno strumento
di conoscenza e di analisi della realtà, realtà che in
primo luogo è quella siciliana, come specchio esemplare
di un mondo più vasto. La Sicilia cioè , come metafora
di ogni società e di ogni potere occulto sul quale si
svolge la storia degli uomini, che, in Sicilia come
altrove, devono lottare per uscirne vittoriosi, nella
linea della dignità e della verità.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, Don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta, e anche a nome dello staff tecnico e giornalistico
di Radio Favara 101 vi augura buona settimana con i
programmi della nostra emittente.
35.- Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 30.11.09
- Il coraggio di educare
La
persona al centro del rapporto educativo.
È la chiave di lettura che il Centro studi della scuola
cattolica ha
offerto nei giorni scorsi nel suo annuale rapporto
nazionale e che la comunità ecclesiale di Favara ha
concretamente tenuto presente in un impegno di studio e
riflessione, portato vanti da un anno a questa parte; un
lavoro, questo della Comunità ecclesiale di Favara che ha
avuto un significativo momento di sintesi, venerdì
scorso, nel riuscito convegno in cui ha relazionato il
prof. Giuseppe Savagnone. La persona al centro del
rapporto educativo. Una scelta che si pone in stretto
legame con la «decisione della 60esima Assemblea generale
dei vescovi italiani dello scorso ottobre, di individuare
nell’educazione, il tema pastorale per il prossimo
decennio 2010/20. Una scelta, quella della CEI, non
dettata anzitutto da contingenze particolari né da
allarmismi, ma dalla necessità che ciascuna persona e
ogni generazione ha di esercitare la propria libertà».
Per Favara, per la verità, il discorso è un po’
diverso, nel senso che da parte di tutte le persone
responsabili è stata avvertita da qualche tempo
l’emergenza educativa, almeno per una certa fascia di
famiglie e di giovani; un’emergenza che ha avuto una
drammatica riproposizione per quello che è avvenuto
all’inizio della
scorsa estate, con l’efferato assassinio, ad opera di
giovanissimi favaresi.
Ma
andiamo al contesto generale. Da anni, la Chiesa richiama
l’attenzione sull’"emergenza educativa",
come una delle sfide antropologiche più impegnative del
nostro tempo. In questo contesto va collocato il «Rapporto-proposta
sull’educazione» elaborato dal Comitato per il Progetto
culturale della Conferenza episcopale italiana. «Consideriamo
l’educazione – scrive il cardinale Camillo Ruini –
un processo umano globale e primordiale, nel quale sono
determinanti soprattutto le strutture fondamentali
dell’esistenza quali la relazionalità, il bisogno
d’amore, la conoscenza, con l’attitudine a capire e a
valutare, la libertà, la libertà che richiede di
essere fatta crescere ed educata, in un rapporto costante
con la credibilità e l’autorevolezza di coloro che
hanno il compito di educare».
Il
semplice fatto di nascere uomini implica che abbiamo
bisogno d’educazione. È solo grazie all’educazione
che si dà un senso alla vita, trovando buone ragioni per
amarla e per soddisfare veramente i
desideri di
felicità. Di qui la riflessione affascinante e nel
contempo decisiva che, con il «Rapporto-proposta
sull’educazione», il Comitato per il Progetto
culturale dei vescovi italiani offre all’attenzione
dell’opinione pubblica del nostro Paese. Lo fa con la
consapevolezza di chi ha alle spalle una pratica educativa
secolare, ma anche con grande apertura, ben sapendo che il
fine prioritario dell’educazione non è quello di creare
buoni cittadini, o buoni cattolici, o altro ancora, ma
anzitutto uomini veri, uomini che sappiano intraprendere
la propria strada in un mondo che altri ci hanno lasciato,
che possiamo anche voler cambiare, ma nel quale dobbiamo
sentirci in primo luogo a casa. Sentirci a casa nel mondo,
appassionarci alla vita: questo è prioritariamente il fine dell’educazione.
Una
certa pedagogia dominante in questi ultimi quarant’anni
ha ridotto progressivamente l’educazione a mera
socializzazione, a trasmissione tecnica di saperi e di
particolari "abilità". In questo modo si è
dimenticata la vera posta in gioco : un ideale di umanità,
un ideale antropologico, tutta una tradizione, una storia,
che ci interpellano e di cui dobbiamo farci carico, ognuno
con la nostra libertà. Anziché puntare su un percorso
formativo della persona, ci siamo come affidati a una
pedagogia che ha prodotto soltanto metodologismo,
neutralità delle nozioni e dei valori insegnati,
disinteresse psicologico e relativismo ideologico, ma
nessuna vera formazione.
Forse
non è casuale che in questo processo siano andati in
crisi sia il significato della tradizione, sia la figura
del "maestro" chiamato ad attualizzarla con
intelligenza, partecipazione e passione. E così le nuove
generazioni non conoscono più nemmeno il passato delle
loro famiglie. È venuto meno il senso di appartenenza .
Solo
l’esperienza suscita esperienze e rende capaci di fare
esperienza per conto proprio. Sta qui la libertà, il
legame che sussiste tra educazione e libertà.
Contrariamente a quanto pensano i fautori del
"pensiero debole", la libertà è l’esito di
un paziente, faticoso percorso di scoperta di sé, del
proprio bene, che non ha nulla a che fare con le
chiacchiere sulla spontaneità di fare solo ciò che
piace e cose simili. Per essere liberi, occorre
soprattutto sapere quale fine si vuole conseguire con una
determinata scelta. E l’educazione è la strada maestra
attraverso la quale si impara questa libertà. Con le
parole di Benedetto XVI, potremmo anche dire che «il
rapporto educativo è anzitutto l’incontro di due libertà,
quella dell’educatore e dell’educando, e
l’educazione ben riuscita è formazione al retto uso
della libertà».L’educazione rappresenta «il bene
pubblico per eccellenza».Una società che non si cura
dell’educazione è una società che non ha a cuore se
stessa, non
ha a cuore l’umanità delle sue relazioni e, in quanto
tale, è destinata prima o poi a dissolversi.
34-Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 23.11.2009
«In
Italia c'è un pericoloso clima d'odio». L'allarme è del
cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza
episcopale italiana: un allarme lanciato all'apertura
della recente assemblea della Cei, che si è svolta ad
Assisi. Un allarme che riteniamo utile proporre
all’attenzione dei nostri radioascolatori, per favorire
un’utile riflessione per il bene della nostra Italia. «È
necessario e urgente svelenire il clima generale,- ha
detto il card. Bagnasco -
perché da una conflittualità sistematica, perseguita con
ogni mezzo e a qualunque costo, si passi subito a un
confronto leale per il bene dei cittadini e del Paese».
Il cardinale, inoltre, auspica che «nel
riconoscimento di una sana e vivace dialettica si arrivi a
una sorta di disarmo rispetto alla prassi più bellicosa,
che è anche la più inconcludente». E quindi «si
impone una decisa e radicale svolta tanto nelle parole
quanto nei comportamenti», viceversa si rischiano «conseguenze
inevitabili in termini di sfiducia e disaffezione verso la
cosa pubblica, e un progressivo ritiro dei cittadini nel
proprio particolare. Il compito esige da parte di ciascuno
un supplemento di buona volontà, di onestà
intellettuale, ma anche il superamento di matrici
ideologiche che sembrano talora rigurgitare da un passato
che non vuole realmente passare».Cosi il presidente
dei Vescovi italiani.
Un
discorso molto ampio e di largo respiro. Un discorso di
scottante attualità, che invita tutti gli attori della
politica a qualsiasi livello ad un recupero di saggezza,
per il bene di questa nostra Italia, che ha il diritto di
essere governata da chi ha avuto il mandato popolare. E
dopo il severo monito ai politici, il card. Bagnasco ha
tracciato il volto di una Chiesa che in Italia è risorsa
per il Paese, una risorsa anzitutto per la sua presenza e testimonianza,
con la finalità di una vera promozione della persona
umana.
Ha
sottolineato che la nostra stampa, poco ha parlato del
recentissimo Sinodo per l’Africa che si è tenuto a
Roma; un Sinodo che, - dobbiamo dirlo, malgrado tutto il
dibattito in corso sulla libertà di stampa e quindi sul
servizio che la stampa deve rendere ai cittadini - non
ha “fatto notizia”,
anche se c’è stata la
denuncia del martirio di alcuni cristiani, che, ai nostri
giorni hanno pagato con la vita la loro fede. Sì, un
martirio e che martirio; una notizia che avrebbe dovuto
interessare la stampa e che avrebbe dovuto scuotere la
nostra opinione pubblica di questa nostra Europa, avanzata
e pigra. Ma
tutto è passato sotto silenzio o quasi, con qualche
piccolo trafiletto su alcuni giornali.“Davvero
anche il nostro è tempo di martiri”, ha
esclamato il presidente della Cei, di fronte ai crocifissi
del Sudan: uomini in carne ed ossa, colpevoli soltanto di
una fede accettata e coerentemente vissuta.
Un
episodio che, incredibilmente, ha avuto nella nostra
stampa, solo una piccola risonanza
nelle settimane scorse, ma che assai di più ne
avrebbe meritato; possibile che l’annuncio choccante che
sette cristiani
sono stati orribilmente uccisi nel Sudan meridionale in
una macabra parodia della crocifissione, sette cristiani
tutti giovani dai quindici ai vent’anni, giovani che
sono stati strappati alle loro famiglie mentre pregavano
in chiesa – possibile che non faccia notizia?
Incredibile. Tocchiamo con mano il co0ntesto culturale in
cui ci troviamo, con le manipolazioni delle potenti lobby
mediatiche, che decidono tutto. Un triste episodio questo
del martirio ad opera di una setta fanatica di musulmani
integralisti, un episodio da cui, bisogna trarre la prima
e fondamentale lezione, quella della missionarietà: una
“missionarietà realmente più consapevole”, come
direbbe il Papa, “la
forza missionaria della gioia, malgrado il martirio, anzi
proprio in forza del martirio”. Da questo punto di
vista il cardinale Bagnasco ha guardato
ai grandi temi culturali e politici sul tappeto. Al grande
tema di Dio, in vista del prossimo convegno di dicembre,
alla questione della secolarizzazione, per cui, il dinamismo vero dell’Europa si deve misurare sui grandi
valori e principi di impronta cristiana: Perché ha
giustamente fatto osservare “L’Unione
europea non si è dotata di questi valori ma sono stati
piuttosto questi valori condivisi a farla nascere e ad
essere forza di gravità che ha attirato verso il nucleo
di Paesi fondatori le diverse nazioni che hanno
successivamente aderito a essa, nel corso del tempo”.
Giusto pertanto reagire, fermamente al “sorprendente
pronunciamento” della Corte europea dei diritti
dell’uomo. Bisogna reagire alla strategia lucidissima,
ma minoritaria, di ristretti ma influenti cenacoli.
Perché deve essere chiaro che “per questa strada ci
si mette fuori gioco, ci si allontana sempre di più
dalla gente”. “L’Europa non permetta che il suo
modello di civiltà si sfaldi”. Per fortuna le reazioni
sono state unanimi. Il largo consenso sul crocifisso non
è altro che un sussulto di realismo che fa ben sperare
per il futuro.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, Don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta, e anche a nome dello staff tecnico e giornalistico
di Radio Favara 101 vi augura buona settimana con i
programmi della nostra emittente.
33-Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 16.11.2009
“Giù le mani dal crocifisso”,
“il Crocifisso
espulso dalle aule”, “siamo
alla follia”, “la
corte sentenzia, fuori il Crocifisso”. Sono alcuni
dei tanti titoli dei giornali nei giorni scorsi, quando la
corte di Strasburgo ha
messo, le mani anche sulle coscienze, su quello che
è il simbolo maggiore della cristianità, su quella che
è la maggiore espressione della nostra storia. Il
Crocefisso. Deve essere tolto dalle aule scolastiche perché
i bambini non cattolici (in sintesi questo è il
significato della denuncia di una mamma di origini
finlandesi, trapiantata in Veneto) possono essere
“disturbati” dal Crocifisso appeso in un muro. Ci sono
gli atei, ci sono gli agnostici, ci sono gli arabi. Cosa
ci fa quel Cristo appeso in quel pezzo di legno? Alcuni
bambini protestano e portano avanti una ribellione che in
realtà ha
origine dai
genitori. «La presenza del crocefisso, che è impossibile non notare nelle aule
scolastiche - si legge nella sentenza dei giudici di
Strasburgo -
potrebbe essere facilmente interpretata dagli studenti di
tutte le età come un simbolo religioso. Avvertirebbero
così di essere educati in un ambiente scolastico che ha
il marchio di una data religione». Tutto questo,
proseguono, «potrebbe
essere incoraggiante per gli studenti religiosi, ma
fastidioso per i ragazzi che praticano altre religioni, in
particolare se appartengono a minoranze religiose o sono
atei». Ancora, la Corte «non è in grado di comprendere come l'esposizione, nelle classi delle
scuole statali, di un simbolo che può essere
ragionevolmente associato con il cattolicesimo, possa
servire al pluralismo educativo che è essenziale per la
conservazione di una società democratica così come è
stata concepita dalla Convenzione europea dei diritti
umani, un pluralismo che è riconosciuto dalla Corte
costituzionale italiana». Parole che provocano
sgomento. Ma non conta nulla la propria identità !?!,
perchè il Crocifisso è il segno dell'identità cristiana
dell'Italia e dell'Europa.
Una
sentenza astratta e fintamente democratica e che offende i
sentimenti dei popoli europei nati dal cristianesimo,
conseguenza della avidità, del poco coraggio dei
governanti europei, che si sono rifiutati di menzionare le
radici cristiane nella Costituzione europea. A questo
punto è urgente e necessario – ha fatto subito
osservare qualcuno - inserire le radici cristiane nella
Costituzione italiana, mentre qualche laicista incallito,
pronto a raccomandare tolleranza e rispetto degli altri a
senso unico, quando cioè le sentenze vanno in direzione
del proprio punto di vista, in maniera apparentemente
elegante , ha scritto: «La sentenza non delegittima la
religione cattolica, ma la riconsegna a una spiritualità
che non ha bisogno di simboli esibiti in luoghi non
adibiti al culto». Una religione cioè solo ricacciata
nel privato, senza nessuna valenza sociale e visibile. Il
problema è che pian
piano stiamo scomparendo noi, giorno dopo giorno,
inesorabilmente.
Li
abbiamo accolti, li abbiamo aiutati. Abbiamo dato loro
lavoro, accoglienza, calore e sopravvivenza. Che siano
arabi, turchi, cinesi, albanesi, o rumeni. Adesso vogliono
toglierci anche quel simbolo che è il pezzo più
importante della nostra storia, della storia del
cristianesimo, della nostra religione. Gli ospiti devono
rispettare, per buona norma di galateo, gli usi, la
religione, la sensibilità del popolo che li ha accolti.
Questa Europa del terzo millennio ci lascia solo le zucche
delle feste recentemente ripetute e ci toglie i simboli più
cari. Questa è veramente una perdita": lo ha detto
il segretario di Stato vaticano, card. Tarcisio Bertone a
proposito dela sentenza di Strasburgo. "La nostra
reazione - ha aggiunto - non può che essere di
deplorazione" e "ora dobbiamo cercare con tutte
le forze di conservare i segni della nostra fede per chi
crede e per chi non crede". Inoltre "tutte le
nostre città, le nostre strade, le nostre case, le
scuole" presentano simboli religiosi come il
crocifisso e dunque, "dobbiamo togliere tutti i
crocifissi? Tutte
le opere d'arte, esposte in luogo pubblico, che presentano
il Crocifisso e la Pietà, dobbiamo togliere tutto ?
Ci viene spontaneo a tutti chiederci:
è un segno di ragionevolezza ?
L'uomo
che muore in croce è
il più alto
simbolo della misericordia e della compassione, forse
l'ultimo che ci è rimasto. L'uomo del perdono, colui che
si arrende alla violenza e cede il suo corpo al legno ed
ai chiodi. Tutto ciò è offensivo ? Il simbolo universale
della pietà rappresentato nel Cristo che muore è
offensivo? Nessuno chiede
di aderire al cristianesimo o di convertirsi. Non c'è
vicino al crocefisso una targhetta con su scritto
"devi adorarmi". Questa comunità europea
incarna la degenerazione estrema dell'ateismo, ha scritto
qualcuno. Abbattere tutto per omogeneizzare tutti in una
visione asettica della vita. Reinventa regole e codici
etici in cui giusto/sbagliato, bene/male sono relativi ai
gusti, o ancora peggio alle ideologie. Perchè il vero
problema qui non è il fastidio per il crocifisso in
quanto tale ma è la visione laicista del mondo in cui
solo "l'io", i suoi desideri e il suo
appagamento esistono. La corte
di Strasburgo ha premiato proprio questa idea: "non
esiste nessuno al di sopra di te stesso". Cristo così
è morto due
volte. Direbbe qualcuno:“Fratelli
e sorelle, è ora di svegliarci dal sonno” ed ognuno
di noi, senza scappatoie, deve assumersi le proprie
responsabilità.
32 – Editoriale di Radio Favara 101
- lunedì
09.11.2009
L’on.
Filippo Lentini, nella
sua testimonianza su P. seggio, nel 40° anniversario
della sua tragica scomparsa, lo scorso 5 maggio, nella
commemorazione al Castello Chiaramontano, ha detto :
Conosco assai bene l’articolazione sociale e politica
del territorio parrocchiale di S. Vito ove P. Seggio ha
esercitato il suo magistero di Sacerdote e di Parroco.
Un
territorio allora assai vasto che annoverava espressioni
di una borghesia formata da agrari e professionisti, ma
anche da artigiani, pastori, contadini e zolfatai, tutti
legati, in quel periodo, ai fatti politici del momento,
caratterizzati da un intenso lavorio elettorale (elezioni
amministrative del
’66 e regionali del ’67) e da profondi contrasti tra
partiti politici e tra dirigenti di uno stesso Partito.
Partiti dominanti a Favara in quel periodo erano il
Partito Socialista, che esprimeva un deputato regionale
(proprio l’on.Lentini) e la D.C. che aveva dirigenti
preparati ed impegnati, anche se in contrasto tra di loro.
Padre Seggio, però,
andò oltre i confini della sua Parrocchia, instaurando un
rapporto privilegiato con giovani laureati e studenti
emergenti e con quanti davano la sensazione di volere il
bene della Città, nell’ideazione di un futuro diverso e
migliore per le giovani generazioni, ma pretendendo una
loro partecipazione attiva, senza fughe ed abbandoni”.
Una
delle tante testimonianze, quella dell’on. Filippo
Lentini su P. Seggio, tra le più
incisive e qualificate, così come sempre è stato
l’uomo nel corso dei suoi 84 anni di vita, sempre
tenacemente inserito in questo nostro tessuto sociale
favarese, per il quale
ha speso tante sue energie. E vogliamo ricordarlo
da questi nostri microfoni, a distanza di otto giorni
delle sue esequie, celebrate con solennità, alla presenza
di tante autorità, nella Cappella del nostro Cimitero di
Piana Traversa.
Uomo
capace ed autorevole, di grande umanità, soprattutto nel
sapere intessere relazioni di dialogo e di confronto, l’on.Filippo
Lentini era animato da nobili ideali di giustizia, con
particolare attenzione verso le fasce sociali più deboli.
Anche nei momenti di più aspro confronto politico,
manteneva uno stile di signorilità, che lo portava a
distinguere bene l’ideologia politica dal rapporto
amicale, nel rispetto dei ruoli di ciascuno. Favara deve
tanto a lui. Chi vi parla lo ha avuto ospite ai microfoni
di questa nostra emittente, durante la campagna elettorale
per le elezioni amministrative del maggio 2002, e come
sempre ha dato prova di grande equilibrio e di saggezza
politica. La mia presenza al funerale religioso, oltre
alla preghiera di suffragio, ha voluto visivamente
esprimere la gratitudine mia personale e quella della
gente del quartiere della Parrocchia S. Vito, dove io
presto il mio servizio sacerdotale come Parroco, da oltre
40 anni.
Per
tanti anni Sindaco di questa nostra Favara, a partire dal
periodo immediatamente successivo al terribile assassinio
del primo sindaco del dopoguerra,Gaetano Guarino, nel
giorno dei suoi funerali, l’amministrazione Comunale,
non ha esitanto un istante a ordinare il lutto cittadino.
Tante le testimonianze di stima e di affetto per l’on.
Filippo Lentini. Una fra tante, quella di
Giuseppe Sciume' che ha scritto:
“Ti ho conosciuto da ragazzino, quando per tutti Tu eri già “Filippu”,
ho condiviso le tue battaglie socialiste anche se non
erano più quelle della prima ora, poi dopo tanti anni ho
smesso portandomi dentro il fascino che sprigionava dai
tuoi comizi e le lunghe chiacchierate al di fuori della
folla. Ti voglio ricordare così, nella consapevolezza
che, nel bene e nel male, sei stato il migliore”.
Un’altra
significativa testimonianza, quella di
Salvatore Sorce, che
ha scritto : “Non ho avuto il piacere di
conoscerlo personalmente ma l’ho sentito parlare in
diverse occasioni.Ho sempre avuto l’impressione che
avesse la perfetta conoscenza della dinamica politica e
della sue molteplici implicazioni sociali.La mia personale
opinione è che sicuramente ha insegnato a molte
generazioni, soprattutto con l’esempio, a coniugare
l’esercizio del potere con l’onestà, gli onori delle
funzioni pubbliche con la frugalità del privato.Non
l’ho mai visto rissoso o invadente, il suo modo di
essere era molto umano e partecipativo; sapeva parlare al
momento giusto e con grande pacatezza. Direi, in una
battuta, che è stato un vero “Politico di specie”.Una
cosa, in particolare, ho sempre apprezzato nel suo modo
essere: la compostezza morale e politica anche quando le
circostanze non gli riconoscevano i legittimi meriti”.
Più
volte sindaco e più volte deputato regionale, l’on.
Lemtini lascia a Favara e non solo, un grande vuoto. Con
Lui va via,infatti,un pezzo molto importante della storia
della nostra Favara, della nostra provincia e della stessa
Sicilia, terra alla quale,da socialista, e da uomo di
governo ha dato molto. Un politico fine,un uomo certamente
di parte e in questo senso la sua attiva militanza sino
all’ultimo in un preciso Parito politico, quello
Socialista, Partito che lo ha portato ad essere
protagonista,nel bene e nel male,degli ultimi 60 anni e più,
della vita politica favarese e in parte anche siciliana.
30-Editoriale di Radio Favara 101 – "LA VOCE del DIRETTORE",
lunedì 26.X.2009
Europa
ed Africa, due continenti vicini con tanti problemi, alla
riflessione di molti studiosi in questi giorni. E
cominciamo con l’Africa, in questi giorni al centro delle analisi, dei progetti e
delle preghiere dei vescovi del continente africano,
riuniti a Roma accanto a Benedetto XVI.
Problemi
di estrema gravità, quelli del continente nero, problemi
che richiedono di imbroccare senza ritardi, prima che sia
troppo tardi, la strada della dignità e dei diritti in
alternativa a uno sfruttamento che appare inarrestabile.
Alle catene ai piedi, a cui una volta erano sottoposti gli
schiavi, vittime delle famose tratte, oggi si sono
sostituite le catene ai progetti di vita. La drammatica
realtà dell'Aids, poi,
è la dimostrazione di una schiavitù che, oggi non
meno di ieri, umilia persone e popoli, mentre le
multinazionali farmaceutiche, per la politica che le
sostiene e che esse stesse sostengono, ricavano lauti
guadagni. In Africa, tanti missionari, laici, sono al
servizio di quella dignità calpestata e ancora in queste
settimane sono venute fuori straordinarie storie di
eroismo e di sacrifici, sino al martirio, tantissimi
esempi di gratuità, storie di un dono offerto e, nello stesso tempo,
ricevuto. Ospedali, case accoglienza, laboratori, pozzi,
scuole, iniziative di solidarietà e di giustizia. Anche
alcuni laici favaresi, negli ultimi anni hanno fatto
esperienza diretta, andando a trascorrere un periodo in
Africa per portare aiuto, testimoniando poi, quando sono
ritornati che hanno ricevuto molto di più di quanto hanno
potuto dare.
Non
ultimi i progetti che la Chiesa italiana ha realizzato in
Africa c'è il "sogno" di una Chiesa che sta con
amore nella storia, una Chiesa che non teme di levare la
voce a nome di coloro che ne sono stati privati. Mi
chiedo: Perché non si racconta anche questo quando si
parla della Chiesa in Africa? In tempi di richiesta di
libertà di stampa ci sono, anche attorno a questo
argomento, vuoti paurosi di informazione e notizie
mancanti che fanno sorgere alcuni interrogativi sullo
stato di salute professionale dei media nel nostro Paese.
In una realtà che purtroppo vede aumentare la distanza
tra gente e giornali, solo le "piccole" testate,
come i settimanali cattolici locali, solo i giornali dei
Missionari più che mai avvertono la responsabilità di
rafforzare il loro servizio. Anche nel guardare oltre il
territorio. Senza presunzione, con la schiena dritta.
Anche questo un contributo prezioso alla crescita di tutta l'informazione.
E
adesso uno sguardo alla nostra Europa, che rischia, come
ammoniva Giovanni Paolo II di felice memoria e come non si
stanca di ammonire l’attuale Pontefice, l’Europa
che rischia di dimenticare le sue radici cristiane.
E proprio recente,
l'allarme di Benedetto XVI, che ha denunciato come viene
«sempre più passata sotto silenzio», nell’Unione
europea, una «verità»: la «ispirazione» cristiana dei
padri fondatori dell’Ue e le sue radici cristiane
tuttora attuali. Lo ha fatto Benedetto XVI ricevendo in
Vaticano le Lettere credenziali del nuovo capo della
delegazione della Commissione della Comunità Europea
presso al Santa Sede. Per essere «uno spazio di pace e
stabilità», ha detto il Papa – l’Unione Europea non
deve dimenticare i valori che «sono frutto di
una lunga e silenziosa storia nella quale, nessuno
potrà negarlo, il cristianesimo ha giocato un ruolo di
primo piano. L’uguale dignità di tutti gli esseri
umani, la libertà dell’atto di fede come radice di
tutte le altre libertà civili, la pace come elemento
decisivo del bene comune». Compito dell'Europa di oggi,
secondo il Pontefice, è quello di riaffermare la propria
eredità umanistica e cristiana in base alle quali deve
difendere «la vita
umana dal suo concepimento fino alla morte naturale»
e «la famiglia fondata sul matrimonio fra uomo e donna».
L'ambasciatore
ha svolto un discorso di saluto al Pontefice definendo la
realtà dell'Unione europea come «una
zona di pace e di stabilità che riunisce 27 Stati con gli
stessi valori fondamentali». Il Papa l'ha definita «una
felice presentazione», precisando che «è
giusto, tuttavia, rilevare che l'Unione europea non è
dotata di questi valori, ma che essi sono piuttosto i
valori condivisi che l'hanno fatta nascere e che sono
stati una specie di forza di gravità che ha attirato
verso il nucleo dei Paesi fondatori le diverse nazioni che
vi si sono aggiunte nel corso del tempo. Questi valori - ha detto il Papa - sono il frutto di una lunga e sinuosa storia nella quale, nessuno lo
negherà, il Cristianesimo ha giocato un ruolo di primo
piano».
Il
rischio è che tali valori siano strumentalizzati da «individui e gruppi di pressione» desiderosi di far avanzare degli
interessi particolari a detrimento del bene comune del
continente. Questo pericolo, ha denunciato, Papa
Benedetto, è già ora «percepito e denunciato da
numerosi osservatori» di diversa estrazione. È
importante allora, che l'Europa non abbandoni il suo
modello di civilizzazione, soffocando il suo slancio originale, con la devastante cultura
dell'individualismo o dell'utilitarismo.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, Don Diego Acquisto
cordialmente vi saluta,
ed anche nome di tutto lo staff tecnico e
giornalistico di Radio Favara 101, vi augura buona
settimana con i programmi della nostra emittente.
La
Voce del Direttore - Editoriale di Radio Favara 101
Riflessioni
a voce alta per il bene della Città.
Abbattere
i muri
24.9.2009
Desidero
esprimere ancora la mia gratitudine a tutte le forze
politiche presenti in Consiglio Comunale che hanno voluto
farmi giungere i loro auguri in occasione del conferimento
della cittadinanza onoraria, da parte
dell’amministrazione guidata dal sindaco Russello, lo
scorso 27 giugno.
Un
grazie anche all’ex sindaco dott. Lorenzo Airò, che, in
una sua lunga lettera sui problemi della Città,
accennando alla cittadinanza onoraria da poco conferitami,
l’ha definita “meritata
e dovuta”. Francamente
non mi aspettavo tanto e quindi sentitamente ringrazio
e per il tramite di quanti ricoprono o hanno
ricoperto cariche pubbliche, anche la cittadinanza tutta,
per la quale ho cercato di spendermi nel mio
ultraquarantennale servizio, cercando di fare del mio
meglio e ricevendo in cambio molto di più di quanto ho
potuto dare, soprattutto in termini di stima e di affetto.
Grazie.
L’attuale
situazione amministrativa della nostra Favara, mi
spinge ad esprimere alcuni pensieri , animato dal
desiderio di suscitare qualche riflessione, che possa
contribuire al bene comune.
L’attuale
querelle tra
organi istituzionali della Città (Cons.Comun. Presidente,
Sindaco, con i conseguenti muri di incomunicabilità),
a mio giudizio,
va subito chiusa, con la buona volontà di tutti, e
ragionando con il buon senso popolare, per cui mai la ragione sta tutta da una parte ed il torto tutto
dall’altra. Qualcuno ci direbbe che prima di criticare
la pagliuzza dell’occhio del fratello, si farebbe meglio
a guardare se, per caso, non ci sia una
trave nel proprio. Solo nell’ottica della
riconciliazione e del bene supremo della città, si può
trovare la via d’uscita da una situazione penosa ed
imbarazzante. Di
fronte ai gravi problemi che travagliano la Città, un
singolo, discutibile episodio non si può caricare di
chissà quale valore. Insistere
sembrerebbe davvero surreale. Soprattutto se
inquadrato nella nostra realtà locale, che,
per colpe passate e/o recenti, denuncia varie e
gravi forme di degrado, mentre continua inarrestabile un
progressivo allargamento dell’area del disagio e della
povertà, con una ristretta fascia sociale che invece
aumenta il proprio benessere e dà segni di lusso e di
spreco. Non solo, ma mentre, a Favara,
sembra davvero aggravarsi l’emergenza educativa,
con una fascia di giovani che vive il rischio della
frustrazione e dell’alienazione, rifugiandosi nella rete
della droga, dell’alcol, della pornografia, ecc.
ecc…della criminalità, secondo quanto ci hanno
confermato i recenti, gravissimi
episodi, propri di questa estate appena trascorsa.
Il Sindaco, nella lettera e nello spirito della
L.R. n. 7/93 è il Sindaco dei cittadini e non dei
Partiti, e non è nemmeno espressione del Consiglio
Comunale. Quando lo era, - lo ricordiamo bene tutti –
nel corso di una legislatura si alternavano tre, quattro o
anche più sindaci, con le conseguenze che la riforma ha
voluto proprio evitare, affidando ai cittadini
l’elezione diretta e rendendo difficile la sua
rimozione.
Il Consiglio
Comunale, - che elegge il suo Presidente (mentre
prima la presidenza era esercitata dallo stesso sindaco in
carica) è l’unico organo titolare
della sovranità
popolare - con la legge
n.7/93, oltre alla naturale vocazione di pungolo
dell’Amministrazione,
è stato caricato di una nuova grande responsabilità,
quella di potere mandare a casa il Sindaco, ma nello
stesso tempo decretare
il proprio scioglimento.
Nel
caso in cui questo dovesse verificarsi a Favara, cosa
avverrà ?
Mi
sembra d’obbligo porsi alcuni interrogativi: Si può
fare un salto nel buio e
mandare una città allo sbaraglio ? C’è un piano
preciso per il prossimo futuro ? Gli stessi Partiti di
opposizione – e
segnatamente il PD seriamente impegnato in questo periodo
in un processo di profondo rinnovamento
– hanno davvero pronto
un piano alternativo per il bene di Favara ?
Funziona all’interno dei Partiti favaresi un
minimo di democrazia interna ?
Ci sono e chi sono i Segretari
dei Partiti presenti in Consiglio Comunale ? E poi.
Siamo proprio sicuri che, azzerato tutto, il Commissario e
la Commissione, non calati dal cielo ma nominati dal
governo regionale, risolveranno gli attuali problemi ? Non
se ne potranno creare altri in attesa delle nuove
elezioni, che prevedibilmente dovrebbero svolgersi non
prima di un anno? Nel Comune commissariato, non si
potrebbe determinare un aggravio di spese e di problemi ?
Si
tratta, credo, di interrogativi, che le forze politiche ed
i singoli Consiglieri Comunali devono seriamente porsi.
Dopo di che, passare ad una decisione definitiva,
in un senso o nell’altro, assumendosi ognuno le
proprie responsabilità e risparmiando alla città e,
soprattutto, ai
nostri giovani esempi poco edificanti.
Nelle ultime elezioni del maggio 2007 la volontà
popolare è stata chiarissima. A larghissima maggioranza
è stato eletto il Consiglio Comunale con una maggioranza
quasi bulgara per il centro-destra, e per la prima volta,
al ballottaggio, anche un Sindaco della stessa maggioranza del Consiglio
Comunale, eliminando, quello che in tutte le precedenti
elezioni era avvenuto a Favara, cioè il cosiddetto
fenomeno dell’anatra zoppa, Sindaco di sinistra e
maggioranza in Consiglio Comunale di segno opposto. Questa
volta i partiti del centro-destra avevano individuato
nell’avv. Domenico Russello la persona giusta. Questo il
commento generale, perché al di là degli indubbi
meriti della persona del Sindaco Airò, gli
elettori hanno deciso per un cambiamento di cultura
politica nella guida della città.
Ogni
cultura politica ha un certo modo di amministrare, di
rapportarsi con le istituzioni, di scegliere le persone,
di spendere
il denaro pubblico, di orientare le cose, di favorire o
contrastare ad esempio la cultura dei DICO…di creare
chiasso mediatico con idee tipo chiesa-moschea,
di celebrare la libertà con monumenti alla Vergine
nuda ecc. Nel segreto dell’urna la gente ha voluto, a
larghissima maggioranza, il cambiamento ed ha “condannato”
il Centro-destra a governare la Città, dando la
maggioranza ai Partiti ed al Sindaco da loro scelto.
Bisogna
riflettere su questo e trovare il modo di superare
l’attuale situazione che rischia di trasformarsi in un
pasticcio, dalle conseguenze imprevedibili.
D’altra parte, il
Sindaco, dopo le scelte del novembre scorso, ha il dovere
di una verifica e procedere eventualmente, subito, ad un
rimpasto della sua Giunta, collegandosi soprattutto con i
Partiti che hanno
condiviso il suo programma elettorale. Ponendo davvero il
bene della Città al di sopra di tutto, ciò non dovrebbe
essere eccessivamente difficile.
Sindaco ed Assessori,
non possono e non devono solo limitarsi a gestire
l’esistente, curando lodevolmente solo l’attuazione di
opere e progetti in precedenza programmati, ma, sempre
nella legalità, programmare e orientare il futuro,
attivare processi in grado di intercettare risorse,
attrarre insomma nuovi finanziamenti per lo sviluppo e per
il miglioramento economico e della qualità della vita.
Insomma, Sindaco ed Assessori devono lavorare a tempo
pieno per la Città,
produrre atti e delibere,
sfidando quasi il Consiglio davanti all’occhio
critico della città e incalzandolo di modo da impegnarlo
seriamente e sottrarlo alla tentazione di iniziative
discutibili.
Negli ultimi tempi, il varo, finalmente del
Progetto HORTUS, l‘avvio
concreto, finalmente, di un problema annoso
come la metanizzazione,
l’inizio, finalmente, dei lavori della nuova
Caserma, con la partecipazione delle più alte autorità,
la fruibilità, finalmente, effettiva del Municipio
di Piazza Cavour, alcune
piccole ma significative cose (come, finalmente, il
servizio nella Cappella del Cimitero) hanno fatto in
qualche modo intravedere un nuovo modo di impegno per la
città…con speranza dei cittadini di vedere subito altre
cose, come finalmente, per esempio, l’utilizzo
per la Polizia Municipale del nuovo, magnifico edificio di
Piazza Giglia… e della stessa Chiesa locale che per
mezzo del suo vertice istituzionale, ufficialmente, in più
di una circostanza pubblica
ha dato atto all’Amministrazione Russello di un
impegno in atto, di carattere culturale anzitutto nella
linea della legalità, e in alcune iniziative concrete. Un
impegno, comunque, sempre suscettibile di miglioramento e
potenziamento, anche con la preghiera dei credenti e con
la buona volontà di tutti.
A Favara, in Consiglio Comunale e fuori,
sicuramente non mancano personalità ed intelligenze, per
riflettere, senza prese di posizione preconcette, né
interessi di bottega… Favara ha diritto ad essere
correttamente amministrata, senza inutili protagonismi,
scene non proprio esaltanti, urla, nervosismi, veleni, e
quant’altro.
La
maggioranza vera – lo abbiamo visto nelle ultime
elezioni, quando nessuno al ballottaggio prevedeva un
risultato simile - si esprime nel segreto dell’urna. Di
quella maggioranza bisogna avere rispetto e solo a quella
democraticamente inchinarsi. Così come ha fatto la
precedente Amministrazione Airò, che ha preso
correttamente atto della sconfitta senza attenuanti e
senza per questo, sentirsi
definitivamente delegittimata, né demotivata per una
possibile ripresa di
impegno a servizio dei cittadini. Un servizio che
richiede costantemente capacità di autocritica e di
rinnovamento, per rispondere ai problemi emergenti,
secondo il mandato del popolo sovrano.
In
conclusione mi chiedo: Ci si preoccupa di quello che pensa
la gente? In un certo sondaggio di non molto tempo fa,
risultava che l’opinione
pubblica favarese appariva disorientata e frastornata,
mentre Sicilia-TV registrava
una generalizzata
“sfiducia alla politica”, con
molte lamentele sulla mancata
fattività di tante cose spicciole, la cui
responsabilità i favaresi
addossavano “non solo sul Sindaco e sulla sua Giunta, ma anche sul Consiglio
Comunale, sui Partiti e sulla stessa politica favarese”,
cioè come da parte di tutti viene praticata a Favara.
Con
la sola ambizione di avere offerto qualche spunto di
riflessione in più, confermo la mia stima per tutti gli
attori in causa e
porgo un cordiale saluto a tutti.
Sac.
Diego Acquisto
direttore
dell'informazione di Radio Favara 101
**********************************************
23-Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 29 giugno
2009 –Piano pastorale Diocesano
All’inizio
del suo ministero episcopale in Agrigento, il nostro arcivescovo don Franco ci ha invitato a vivere l’Anno
dell’Ascolto, esercizio di comunione attraverso cui
analizzare la nostra storia e, con rinnovato slancio,
proiettarci in avanti. Lo ha scritto nei giorni scorsi, don
Melchiorre Vutera, nuovo Vicario Generale della
nostra arcidiocesi, in preparazione all’assemblea
diocesana. dove è stato consegnato un documento che ha
fatto sintesi di
tutto quello che è emerso a livello parrocchiale,
foraniale e zonale, l’arcivescovo do Franco ne ha tratto
le conclusioni, indicando le linee operative che dovranno
essere seguite da tutti gli operatori pastorali, a livello
centrale e periferico. Le analisi a livello parrocchiale
pervenute al centro diocesi, si dice nel documento di
sintesi, “quasi
tutte rilevano un considerevole tasso di discordia e
disunione all’interno della comunità, fra gli aderenti
a diverso titolo. Si riconosce la validità della
Parrocchia e di ciò che essa realizza, anche quando si
denuncia qualche limite, al rovescio si dice quale
dovrebbe essere la realtà. Insomma, validità e limite
della Parrocchia,…Le Parrocchie trovano riconoscimento
più come organismo sociale, come centro di servizi
pastorali e di attività, che come comunità di vita
evangelica, necessitano di una verifica geografica e di un
progetto che armonizzi tutti i servizi pastorali tra di
essi e con le forze laicali e presbiterali, per potere
offrire una presenza adeguata, incisiva e profetica nel
territorio e rispondere alle mutate esigenze. Si
tratta come si vede di osservazioni che meritano
attenzione e riflessioni da parte di tutte le persone
responsabili, anche per evitare per un verso il rischio
del sociologismo, per un altro verso, come si dice “il
rischio di una fede che intraprenda la deriva
devozionistica e privata”. In questo senso, la
figura di don Sturzo, di cui noi abbiamo parlato appena
qualche settimana fa, in questo anno in cui ricorre il 50°
della morte ed il 90° dell’
Appello ai
liberi e forti, può offrire un esempio
illuminante, un esempio illuminante di fede incarnata nel
sociale, fede che diventa impegno concreto a tutela della
dignità della persona, da mettere sempre al centro di
tutto nella vita sociale, secondo il principio di
sussidiarietà, che è il punto centrale del
pensiero sturziano.
Nelle
relazioni delle varie Parrocchie, si fa notare ancora che
sull’argomento Carità c’è ancora molta confusione,
significando questa spesso solo forme spicciole di
assistenza. Insomma come dire che manca una visione
organica, ordinata e comunitaria della carità, come
elemento fondante della vita cristiana. Anche perché
scarsa appare in genere l’attenzione al territorio e così,
problematiche gravi come la mentalità mafiosa, lo spaccio
di droga, le tante ingiustizie, i disagi, la violenza
dell’ambiente…sembra proprio che non rientrino
nell’interesse dei più. Ancora, a volte la presenza di
più gruppi all’interno della stessa parrocchia non
coincide con una animazione del mondo laicale, quando non
scade nella divisione dei gruppi fra di loro o addirittura
all’interno dello stesso gruppo, con l’incapacità di
lavorare assieme. Emerge la necessità di una
formazione laicale in grado di far
riscoprire la corresponsabilità laicale nella
conduzione della Parrocchia. Gli organismi di
partecipazione non ci sono in tutte le parrocchie e non
sempre quelli esistenti riescono a lavorare bene.
A
livello foraniale, nelle relazioni di sintesi, si fa
notare che emerge un maggiore desiderio di legalità e di
giustizia sociale, di formazione alla carità, accoglienza
dello straniero, attenzione a chi soffre ed
all’ambiente. Scelte coraggiose che portino clero e
laici a tagliare definitivamente la collusione con una
politica clientelare e interessata. Per unire le forze e
lavorare con maggiore incisività, sono state avanzate
tante proposte di cominciare a pensare seriamente alle
Unità Pastorali, dato anche che appare evidente il
superamento della territorialità parrocchiale. Si
sottolinea la piaga che sono pochi quelli che veramente
sono disposti ad impegnarsi veramente nella vita della
comunità. Infine qualche osservazione veramente
impietosa: E’
stato evidenziato lo scandalo che ancora esiste in tante
comunità per le difficoltà relazionali tra sacerdoti di
tutte le età”.
Come
si vede, non manca davvero il coraggio delle analisi. Ma
adesso si richiede con l’impegno di tutti una svolta in
positivo, con la guida decisa del Pastore che ha detto che
bisogna ripartire dalla comunione che diventa missione,
per avere parrocchie che “si
prendano cura dei poveri, promuovano cultura, siano al
servizio del territorio”. Parrocchie che abbiano una
BELLA NOTIZIA da fare arrivare a tutti, senza rimanere
impigliati in problemi vari, specie se di gossip e
comunque pettegolezzi più o meno di spessore, parrocchie
che sappiano scuotere la coscienza di quanti, seppur
battezzati, hanno dimenticato la loro fede o sono rimasti
prigionieri di logiche di male, rischiando magari
l’insuccesso. L’attenzione alla comunione e alla
missione dovrà aiutarci a maturare una nuova visione di
Chiesa, rispondente al disegno di Dio e alle domande
dell’uomo di oggi.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta ed anche a nome dello staff tecnico e giornalistico
di Radio Favara 101, vi augura buona settimana e buone
vacanze con i programmi della nostra emittente. Noi
torneremo a risentirci, con questo appuntamento
settimanale, alla fine di questa estate, lunedì 21
settembre.
22
- Editoriale di Radio Favara 101 "La Voce del
direttore" – lunedì 22.06.2009
Emergenza
educativa - "Educare in famiglia" di Calogero
Vetro-Ediz.Paoline
"L’educazione
si compie forse più con i no che con i sì,
nei confronti di chi va educato.
Pensiamo un momento: il bambino prova sempre a
chiedere, vuole questo, vuole quello: una cosa e l’opposto
di quella cosa; …il bambino non è che veramente vuole
un determinato oggetto…il suo è un tentativo, non tanto
maldestro, di vedere fino a che punto può osare, fino a
che punto può chiedere, fino a che punto l’adulto
resiste prima di cedere". Scrive così il
prof. Calogero Vetro, maestro elementare in pensione,
persona da sempre impegnata nel sociale, fornito di una
cultura teorico-pratica, raffinata e proiettata su
molteplici campi del sapere, figura nota e popolare a
Favara, dagli amici chiamato, con affetto e stima,
semplicemente Lillo Vetro, - in un elegante e prezioso
libretto, dal titolo "educare in famiglia"
- un titolo scritto con l’iniziale minuscola, e
sicuramente non si tratta di una distrazione dell’autore
o del proto, ma di una scelta precisa, conseguente alla
dichiarazione dell’autore di considerare il suo scritto "semplici
appunti", "pochi grumi di concetti
esposti senza sistematcità", per sollecitare ad
accostarsi ad un "problema di dimensioni enormi"
come con grande discrezionalità dice nella premessa.
Un
libretto dato da qualche mese alle stampe per le Edizioni
Paoline, dove ha raccolto i pensieri e le osservazioni,
frutto di una lunga esperienza didattica in tanti anni di
insegnamento, in questo nostro ambiente di Favara, che per
tanti aspetti è davvero un’immagine non solo della
nostra terra agrigentina, ma, come è stato detto, un’immagine
della Sicilia e più in generale del Meridione d’Italia.
Osservazioni e pensieri, che non sono frutto di astratte
elucubrazioni mentali, ma che provengono dall’esperienza
concreta, dal contatto diretto con bambini e ragazzi di
questo nostro tessuto sociale, che più facilmente sembra
assorbire le spinte di una nuova cultura, che nella
sistematica contestazione dell’autorità genitoriale e
nella voglia e gusto della cultura trasgressiva, crede di
avere individuato il modo di esaltare il proprio io e la
propria personalità. In questo contesto culturale che da
qualche tempo si va affermando anche a Favara, con il
potente ausilio di talune lobby mediatiche che spingono
alla destabilizzazione di un corretto ed equilibrato
ordine sociale, si spiega anche la campagna di
denigrazione dei Comandamenti di Dio, formulati in maniera
negativa, ma che dietro la forma negativa, se si riflette
anche solo un po’, contengono tanta, ma proprio tanta
positività per il vero ed autentico sviluppo della
persona umana e la sua maturazione. Il prof. Calogero
Vetro, forse senza porsi il problema, così come noi ce lo
siamo appena posto, dalle sue osservazioni concrete ne
deduce, che "L’educazione si compie forse più
con i no che con i sì, nei confronti di chi va educato".
Un principio non elaborato in maniera deduttiva da taluni
principi teorici, ma ricavato in modo induttivo dall’esperienza
concreta. Ritornando all’argomento, Lillo Vetro dice: "…tante
volte ci è capitato di aver dovuto accontentare un
bambino dandogli qualcosa, insistentemente chiesta, che
non vuole più appena l’ha ottenuta…occorre capire,
quando la richiesta è opportuna e quando è strumentale,
perché il bambino vuole capire se l’adulto è debole ed
è alla sua mercé… occorre capire il limite…l’educare
è proprio nella capacità di capire il limite e nella
estrema bravura di far capire al bambino che il limite è
quello. Allora: non sempre e soltanto no, ma non sempre
e soltanto sì, e nemmeno un’alternanza casuale di sì e
di no".
Ecco,
quello che abbiamo riferito è solo un passaggio di questo
libretto di 100 e più pagine, la cui lettura consigliamo
soprattutto ai genitori ed agli educatori in genere, in
questo nostro tempo in cui a ragione si parla di
«emergenza educativa», perché da più parti si coglie
un allarme serio, che va via via dilatandosi. Un allarme
serio, tra le persone responsabili in questi giorni, dopo
la notizia che la provincia di Roma ha presentato il
progetto dell’introduzione del preservativo a scuola,
presentandolo nell’ottica di una scelta coraggiosa ma
dove in verità, come è stato osservato, «l'unico
coraggio è quello di voler banalizzare i temi della
affettività, della sessualità, della educazione
giovanile, proprio in un tempo in cui è alla attenzione
di tutti la questione della emergenza educativa».
E
proprio perché l’emergenza educativa viene considerata
il fattore in grado di mettere a repentaglio l’equilibrio
di una società e le possibilità concrete di un suo
progresso, nei giorni scorsi, l’Assemblea generale della
CEI, per esempio, ha deciso di farne il tema centrale
degli orientamenti pastorali del prossimo decennio. I
Vescovi notano che oggi, purtroppo, non sono pochi coloro
che, ritengono praticamente quasi impossibile l’opera
dell’educazione, e quindi vi rinunciano in partenza. Non
solo, ormai è anticipato all’infanzia il momento in cui
gli adulti temono di non riuscire più a farsi ascoltare.
Anche tra le figure tradizionalmente dedite a questo
impegno, come i genitori e gli insegnanti, sembra farsi
strada questo atteggiamento di resa, magari non dichiarata
ma effettiva, sembrando un risultato già soddisfacente
riuscire a trasmettere appena le regole del galateo, come
a scuola le nozioni principali delle singole materie. Ma
si sa bene che l’educazione è molto più che
istruzione. È il risvegliarsi del soggetto che decide di
sé. Ma per questo, tutta l’abilità e la capacità,
come suggerisce Lillo Vetro dei genitori soprattutto, e
poi degli insegnanti e degli adulti in genere, mentre la
Chiesa per la voce del magistero del Papa e dei Vescovi,
alza la voce e dice che l’emergenza educativa, merita
davvero che tutti, ognuno per la sua parte, investiamo
tutta l’intelligenza e la passione di cui siamo capaci,
guardando avanti con fiducia e avvalendoci di una storia
straordinaria che ha nei Santi dediti all’educazione dei
veri maestri, mettendo in guardia che, il pericolo più
grande è rappresentato dalla sfiducia e dal pessimismo.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta ed anche a nome dello staff tecnico e giornalistico
di Radio Favara 101, vi augura buona settimana con i
programmi della nostra emittente.
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lunedì
15.06.2009 – “La
voce del direttore”
DON
LUIGI STURZO:
UN MESSAGGIO POLITICO di ATTUALITÀ
Siamo
nell’anno sturziano, per la ricorrenza del 50° della
morte e del 90° dell’appello “Ai
liberi e forti” , quando allora nel
gennaio del 1919 (dopo 40 anni di “Non
expedit”, - il famoso non expedit di Pio IX, (non
conviene), con cui in pratica fu proibito ai cattolici di
partecipare alla vita politica dell’Italia) finalmente i
cattolici con il Partito Popolare, entrarono nell’agone
politico, riscuotendo un enorme successo, avendo portato,
alle prime elezioni, in Parlamento ben 99 deputati. Si
capisce che parliamo di don Luigi Sturzo, il prete
siciliano di Caltagirone, la cui fase diocesana del
processo di beatificazione, aperta qualche anno fa
a Roma, ha suscitato profonda soddisfazione in larghi strati della
popolazione, anche della nostra provincia.
Perché
don Luigi Sturzo, fondatore del Partito Popolare, - nobile
figura di sacerdote, di studioso e sociologo cristiano,
che, per una spinta interiore di spiritualità, con
passione ha lavorato in campo politico e sociale, tanti -
tanti seguaci ha avuto in terra agrigentina, tra il
laicato ed il Clero, soprattutto negli anni difficili del
secondo dopoguerra. Nato a Caltagirone il 26 novembre 1871
e morto a Roma l’8 agosto 1959,
Don Sturzo è stato un protagonista della vita
pubblica italiana. Un prete che
come prete -e ci teneva
precisarlo- ha considerato suo dovere ricondurre la politica «alla
sua finalità naturale di carità e di servizio»,
mettendo sempre al centro l’uomo e la sua dignità., con
il principio di
sussidiarietà, cardine di tutta la sua visione della
società. E chi vi parla, nei giorni scorsi, per
partecipare ad un Convegno di studio, è stato a
Caltagirone, visitando
la sua tomba monumentale, nella
splendida Basilica
del SS. Salvatore. Come ha detto Giovanni Paolo II,
nella sua prima visita in Sicilia, Don Sturzo è stato
l’uomo che ha saputo infondere nei cattolici italiani il
senso del diritto-dovere della partecipazione alla cosa
pubblica, al servizio della verità e dei più deboli.
Nel processo di beatificazione in corso, il sacerdote di
Caltagirone, fondatore del Partito Popolare, però, non
sarà valutato
per il suo pensiero politico, ma per l’ “eroicità
delle sue virtù”, così come prevede la procedura
per la beatificazione. Potrà cioè essere proclamato
beato, se il processo canonico dimostrerà che, nella sua
vita, egli ha dato prova di particolare impegno nella
carità, nella fede, nella speranza, nella fortezza e
nell’obbedienza. Per questo, due commissioni stanno
lavorando: la commissione storica, incaricata
di analizzare tutti gli scritti e stendere una
biografia critica, e la commissione teologica, a cui
spetterà il compito della valutazione spirituale. Per
questo i membri del Tribunale si sono recati anche nei
luoghi dove Don Sturzo è stato in esilio, dal 1924 al
1946, cioè a Londra e negli Stati Uniti, prima di
rientrare in Italia, dopo la caduta del fascismo. Alcuni
storici sostengono che fu mandato in esilio dalle
Gerarchie Vaticane, per rendere più facile l’intesa tra
il Vaticano ed il Fascismo, sfociata poi nella firma dei
Patti Lateranensi l’11 febbraio 1929. Di sicuro c’è
che il rapporto
di Don Sturzo con la Autorità Ecclesiastiche non è stato
sempre facile e comunque Don Sturzo è stato sempre
obbediente alla Chiesa.
Dalla
scuola di don Sturzo son venuti fuori Alcide De Gasperi,
tra i fondatori del Partito Popolare, presidente del
Consiglio dal 1945 al 1953, artefice della ricostruzione
del Paese, Giorgio La Pira, siciliano d’origine,
esponente della Democrazia Cristiana, sindaco di Firenze
per tanti anni, Giuseppe Lazzati,
Igino Giordani, Schuman, ministro degli Esteri francese. Accanto a Sturzo
insomma, molti sono i protagonisti della vita politica,
che influenzati più o meno direttamente dal suo pensiero,
si sono dedicati alla vita politica con grande spirito di
fede ed alcuni adesso sono in corsa - possiamo dire - per
giungere ad essere inseriti ufficialmente tra i Santi,
riconosciuti dalla Chiesa.
Don
STURZO è una delle figure che più hanno onorato sia il
cattolicesimo italiano, sia il sacerdozio cattolico: alla
base del pensiero politico vi era una concezione della politica
come «un dovere
civico, un atto di carità verso il prossimo».
Una visione valida
ancora oggi per chiunque si vuole proporre al servizio
della cosa pubblica.
Don Sturzo si è battuto instancabilmente per la
moralizzazione della vita pubblica, mettendo alla base del
pensiero politico, la visione che
"la
politica è carità, ossia esigenza d'amore e di servizio
del prossimo, ricerca
ed attuazione del bene comune". Al
centro di ogni sua preoccupazione sempre, il buon ordine
sociale, il corretto uso del potere politico al servizio
della verità e dei più deboli. Un prete che ha coniugato
fede e politica, un prete che ha vissuto una spiritualità
incarnata nel contesto sociale del suo tempo. Un punto di
riferimento imprescindibile per tutti coloro i quali, da
laici cristiani hanno tentato e tentano anche ai nostri
giorni di conciliare una profonda esperienza spirituale
con l'impegno sociale e politico.
Radioascoltatrici e radioascoltatori, Don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta e come al solito anche a nome dello staff tecnico e
giornalistico di Radio Favara 101, vi augura buona
settimana con i programmi della nostra emittente.
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20-
Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 08.06.2009
Un
fatto insolito, segno davvero del cambiamento dei tempi e
del mutato clima politico. Il partito della Rifondazione
Comunista chiede scuse ad un Parroco, segnatamente a chi
vi parla, e deplora, anche con un comunicato ufficiale
quello che è avvenuto.
Mi
spiego. Da qualche giorno, nel clima della campagna
elettorale per le elezioni europee, sul muro posteriore
del Calvario erano stati affissi alcuni manifesti
elettorali di questo Partito. Non pochi, e tra questi chi
vi parla, sicuramente, passando, guardavano e in cuor loro
condannavano il fatto; non era mai successo che un
edificio sacro e il Calvario particolare, fossero stati
utilizzati per l’affissione di manifesti politici.
Il
Calvario in particolare, con la CROCE richiama ai valori
fondamentali di solidarietà e di amore, indipendentemente
dalla militanza politica in un determinato Partito.
Condanna,
quindi, mancanza di buon senso, il commento più benevolo.
Ma ecco che dopo qualche giorno, qualche autorevole
rappresentante di questa forza politica, viene a trovarmi
per chiedere scusa dell’accaduto; ed a seguire anche un
comunicato stampa, in cui testualmente si dice: "Il
circolo del Partito della Rifondazione Comunista esprime
rammarico per l’atto in inciviltà compiuto contro il
Calvario cittadino. Scusandosi con la città e con la
comunità ecclesiastica di Favara, tiene a precisare di
essere completamente estraneo al grave atto. Comunica
altresì che ha già provveduto a proprie spese alla
rimozione dei manifesti che erano stati affissi da persone
estranee al partito. (a quanto
pare compiuto dagli attacchini, tra l’altro pare di un
altro paese). Per nostra cultura,
condanniamo ogni atto che offende la città e soprattutto
i luoghi di culto."
Questo
il comunicato. Davvero interessante e significativa
soprattutto l’ultima affermazione, in netta
controtendenza con la cultura del passato di talune forze
politiche comuniste, che invece, come in Russia,
riducevano i luoghi di culto, nel migliore dei casi a
musei. E chi vi parla ne dà una testimonianza oculare e
diretta, avendo, in incognito come prete, ottenuto il
visto e visitato la Russia, in anni antecedenti alla
caduta del muro di Berlino e prima assai delle cosiddetta
perestroika di Gorbaciov.
E
detto questo, ancora una puntata sulla presenza della
Madonna di Fatima a Favara. Giornate ricche di emozioni e,
per non pochi, anche di lacrime, quelle vissute a Favara,
specialmente alla conclusione da parte di una grande folla
convenuta a Villa Ambrosini per il saluto, quando la
Madonnina bianca, ha lasciato la nostra città per
ripartire per Lisbona e di lì raggiungere Fatima.
Dopo
la formula di consacrazione recitata dal Sindaco avv.
Domenico Russello, ed i brevi interventi di saluto del
dott. Giuseppe Arnone, a nome della provincia, di Lillo
Montaperto per il Consiglio Pastorale Cittadino e di chi
vi parla, a nome del Presbiterio locale, la Madonna è
stata salutata con lo sventolio festoso di centinaia e
centinaia d i fazzoletti, in un tripudio di popolo, di
questo popolo favarese che in larga, larghissima
maggioranza nutre una tenera devozione alla Madonna che in
gergo siciliano e favarese, viene chiamata la "Beddra
Matri", la bella madre, madre di Gesù e nostra.
La
cerimonia di commiato a Villa Ambrosini era stata
precedtuta da una solenne concelebrazione nella Chiesa dei
Santi Pietro e Paolo, stipata all’inverosimile, chiesa
che anche se grande ed accogliente, è stata comunque
incapace di potere contenere la grande folla convenuta,
per cui tanti, tantissimi hanno atteso fuori dalla Chiesa
per potere partecipare alla cerimonia conclusiva di
saluto.
La
Messa, animata dalla Corale dell’Unità Pastorale, è
stata presieduta dall’Arcivescovo S. E. Mons. Diego
Bona, presidente del Comitato per l’Apostolato Mondiale
di Fatima,
Il
mese di maggio a Favara quest’anno non poteva avere
conclusione migliore, dato che l’ultima settimana, da
domenica 24, solennità dell’Ascensione del signore al
Cielo, a domenica 31 maggio solennità della Pentecoste,
ha registrato la presenza della Madonna di Fatima, e un
fiume di gente, non solo da tutta Favara, ma anche dai
paesi vicini, è venuto a trovare la "Bianca
Signora", la Madonnina di Fatima, nelle due Chiese di
S. Vito e di Ss. Pietro e Paolo, che si sono avvicendate
nell’accoglienza e grazie all’impegno e sacrificio
degli operatori pastorali, hanno favorito le numerosissime
visite dei fedeli accorsi.
La
Veglia di Pentecoste, presieduta dall’arcivescovo Bona,
aveva registrato la presenza dei tutti i Parroci della
Città e dei giovani di tutte le 9 parrocchie di Favara,
che con segni diversi hanno voluto esprimere, davanti alla
Madonnina, l’impegno di comunione-missione, con la forza
dello Spirito.
Il
nostro arcivescovo, don Franco, dopo che, domenica 24
maggio, aveva presieduto la Messa dell’accoglienza della
Madonna di Fatima al Calvario e quindi la concelebrazione
in Piazza S. Vito, di ritorno dai lavori della CEI, ha
incontrato l’arcivescovo Mons. Bona, prendendo atto
della validità pastorale dell’iniziativa, foriera di
ulteriori, abbondanti frutti spirituali.
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19-Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 1° giugno 2009
Critiche
alla politica del governo. In particolare a quella
economica, e difesa dei lavoratori «troppo spesso
licenziati come inutile zavorra». A sollevare riserve di
fondo sulle scelte sin qui adottate dalla maggioranza è
stata, nei giorni appena trascorsi, una delle voci più
importanti della Chiesa, quella del presidente della Cei
Angelo Bagnasco, in apertura dei lavori della 59/ma
assemblea generale dei vescovi, auspicando anche un «fisco
più equo», di farsi carico della «fascia dei precari»
e approntare «ammortizzatori sociali», che fin qui –
ha detto - sono stati «davvero modesti».
Non
ha mancato il cardinale Angelo Bagnasco di affrontare un
altro dei temi caldi dell'agenda politica: l'immigrazione.
«Criterio fondamentale con cui valutare» l'arrivo di
immigrati clandestini via mare, deve essere – ha detto -
il «valore incomprimibile di ogni vita umana, la sua
dignità, i suoi diritti inalienabili», anche se «accanto
a questo valore dirimente», ci sono altri valori, «come
la legalità, l'affrancamento dai trafficanti» «il
diritto di asilo», «la sicurezza dei cittadini», «la libertà
di tutti di vivere dignitosamente nel proprio Paese ma
anche la libertà di emigrare...». L'immigrazione non si
affronta con «singoli provvedimenti», «fatalmente
inadeguati», serve una «strategia più ampia e
articolata» di fronte a un «fenomeno epocale». «Se non
la si governa si finisce per subirla». E per il cardinale
Angelo Bagnasco i punti centrali di tale strategia devono
essere la «cooperazione internazionale» che diventi «caposaldo
trasversale della politica italiana» e una «effettiva
integrazione degli immigrati»: niente «enclave etniche»,
non «solo provvedimenti di ordine pubblico», non «malinteso
multiculturalismo, ma »meccanismi di convivenza».
Le
parole di Bagnasco hanno provocato una lunga sequela di
reazioni, da chi ha fatto rilevare che «l'allarme da
parte dell'autorità religiosa che invita a tenere sempre
alta la guardia su questo fronte è comprensibile »., a
chi si è limitato a dire che quelle parole sono «molto
importanti e devono far riflettere», a chi ha detto che
come uomo di chiesa , Bagnasco giustamente pretende
maggiore attenzione verso gli umili e i derelitti, ma
nello stesso tempo ha messo a posto le strumentalizzazioni
ricordando che l'azione di riaccompagnamento, altrove è
stata praticata in maniera molto più massiccia; a chi
infine ha commentato dicendo che , le parole del capo
della Cei «sollecitano tutti noi ad unire da un lato
accoglienza e comprensione, dall'altro fermezza e rispetto
della legalità nel governare i delicati processi di una
società multietnica».
Ma
, a giudizio di chi vi parla, forse i punti più salienti
della relazione Bagnasco sono stati quelli di cui la
grande stampa non ha parlato, per esempio quando ha
ammonito di non accettare l’idea di un cattolicesimo
inteso come religione civile, o come «agenzia umanitaria»,
perché una tale visione con l’idea di una fede nuda,
scevra da qualunque implicazione antropologica, allora
davvero si priverebbe la comunità umana di un apporto
fondamentale e originale in ordine alla edificazione della
stessa città dell’uomo. Perché – ha sempre detto
il card. Bagnasco "Nella tendenza a ridurre il
compito ecclesiale, e considerare le funzioni sociali come
più rilevanti di quelle religiose, è difficile non
vedere in azione una sorta di secolarismo edulcorato, ma
non per questo forse meno subdolo, che – foss’anche
senza volerlo – da una parte lusinga i cattolici e
dall’altra li emargina." "C’è
la preoccupazione che, alla base di simili posizioni un
po’ disincarnate, s’annidi una cultura
neo-illuministica per la quale Dio in realtà c’entra
poco – forse nulla – con la vita pubblica: lo si
lascia al massimo sopravvivere nella dimensione privata ed
intima delle persone".
Parole
che veramente meritano da parte di tutti, e specialmente
da parte dei cristiani, tanta attenzione e riflessione.
E
intanto ieri Favara, per la voce del sindaco, ha rinnovato
la sua consacrazione alla Madonna di Fatima, che è
ripartita per il Portogallo. Grande l’afflusso di
fedeli, encomiabile la presenza delle più alte autorità
cittadine.
L’invocazione
e l’auspicio comune è quello che , tutti, con l’aiuto
di Maria e sempre sotto la sua protezione, possiamo nella
fede consegnataci dai nostri Padri e di testimoniarla con
l’ impegno, nei diversi settori della vita familiare e
sociale.
Ogni
cristiano deve sentirsi ed essere una pietra viva
dell’edificio vivo che è la Chiesa, istituita da Gesù,
figlio di Dio e Dio egli stesso, la cui volontà di questo
divino fondatore è solo quella di servire l’umanità ed
essere sempre segno e strumento di comunione fra gli
uomini. In questo l’impegno ad aiutare tutti a liberarsi
dalla logica della violenza e della prepotenza, comunque
camuffata. Sostienici o Maria nella nostra debolezza e
fragilità, per non cadere nelle lusinghe del maligno. Fa
che possiamo avere sufficiente coraggio e perseveranza per
testimoniare il Vangelo della Carità, dalla parte degli
ultimi e dei più deboli delle nostre Parrocchie e della
nostra Città".
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Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 18.05.2009
Presentazione
del libro di CARMELO SCIASCIA CANNIZZARO : "ANTONINO
SAETTA" "Il primo magistrato giudicante
assassinato dalla mafia"
Forum
sulla legalità, moderato dal giornalista Mari Gaziano all’Istituto
Professionale "Fermi" di Agrigento, giovedì
scorso. Molte le personalità intervenute, in un’aula
magna stracolma di studenti, provenienti da diversi
istituti scolastici della provincia, dal Presidente della
provincia regionale Eugenio D’Orsi, al Provveditore agli
studi Antonio Guttadauria, al dirigente scolastico dell’IPIA,
Francesco Casalicchio che hanno dato i saluti. Presente
anche l’autore del libro, CARMELO SCIASCIA CANNIZZARO
che ha concluso i lavori, sono intervenuti l’assessore
provinciale alla P.I. ed alle politiche scolastiche,
Gaetano Cani, l’avvocato penalista, on. Giuseppe
Scozzari, il genero del giudice assassinato dott. Angelo
Muratore e chi vi parla, in rappresentanza dell’ufficio
scolastico Diocesano della Curia, che si è anzitutto
richiamato al suo servizio pubblicato 21 anni fa su
"L’Amico del Popolo", un servizio dal TITOLO "Apoteosi
di stima, i funerali del magistrato assassinato"- Nel
servizio, chi vi parla scriveva: "Nella
notte tra domenica 25 e lunedì 26 settembre, come
sappiamo, è stato assassinato lungo la scorrimento veloce
Porto Empedocle-Caltanissetta, il magistrato Antonino
Saetta, assieme al figlio Stefano, anche lui caduto sotto
i colpi dei killers. E’ la prima volta che la mafia
colpisce un magistrato del collegio giudicante. Lunedì
sera 26 settembre è caduto a Trapani, Mauro Ristagno, ex
leader di Lotta Continua ed ora impegnato nel campo dei
mass-media ed in una Comunità terapeutica, per il
recupero dei tossicodipendenti. In Rostagno la mafia ha
voluto colpire l’impegno di solidarietà e volontariato
contro la droga. Martedì 27 altri morti ammazzati, tra
cui un cognato del famoso pentito Contorno, i coniugi
Boutade, una vera e propria guerra.
E
proprio mentre avvenivano questi delitti, venivano
celebrati a Canicattì, nella grande Chiesa Madre, i
funerali del magistrato e del figlio alla presenza delle
più alte autorità locali, provinciali, regionali e
nazionali, tra cui i Ministri Mattarella e Vassalli, il
Presidente della Repubblica Cossiga, il C.S.M al completo.
Presente un’immensa folla di cittadini, onesti e
laboriosi, che ha seguito commossa il rito funebre,
testimoniando la speranza in un momento particolarmente
difficile ed irto di incognite per tutta la comunità
nazionale. Speranza che è stata con vigore richiamata da Mons.
Luigi Bommarito, arcivescovo di Catania e
amministratore apostolico di Agrigento, che ha presieduto
la concelebrazione. Ecco i passaggi salienti della sua
omelia: "Un popolo di onesti non può soggiacere a un
manipolo di gente dalla mano nefanda e dalla mente
diabolica…Vogliamo uscire dalla cultura della morte,
dalla cultura delle tangenti, dal maledetto pizzo che
affligge tanti onesti…Il male non può e non deve
trionfare. Lo diremo ai giovani, lo grideremo nelle
piazze. Dobbiamo mantenere viva la speranza. Signore,
quanto più è profonda la notte, tanto più vicina è l’aurora."
Sono i passi più salienti dell’omelia,
in cui poi, tra l’altro il Presule si è posto un
interrogativo che è rimbalzato sui mass media nazionali,
perché si è chiesto: "Chi sarà la
prossima vittima ?". Un interrogativo
lacerante che ha colpito tutti i presenti e non solo, e
che ha messo in subbuglio la coscienza di tanti.
Così
il servizio di 21 anni fa a firma di chi vi parla, su L’Amico
del Popolo. Adesso, appare lodevole l’intento dell’autore,
il dott. Carmelo Sciascia Cannizzaro, di fare giustizia,
"giustizia della storia" come
dice, cioè di sollevare la spessa coltre dell’oblio in
cui sono cadute personalità illustri, tra cui in quest’ultima
sua opera, Antonino Saetta, presidente della prima
sezione della Corte d’Assise d’Appello, primo
magistrato giudicante assassinato dalla mafia. Il
duplice omicidio Saetta, il giudice ed il figlio Stefano,
è caduto nell’oblio, nell’amnesia collettiva.
Lodevole l’intento di rompere il silenzio a 20 anni di
distanza dall’assassinio, iniziare un moto di
ribellione contro l’ingiustizia dell’oblio;
rendere il dovuto onore ad un magistrato sconosciuto e
silenzioso come forse deve essere e restare sempre un
magistrato), anche e soprattutto se impegnato in prima
linea, ad un uomo onesto e corretto come il giudice
Saetta, ad un uomo riservato e schivo, assolutamente
alieno da protagonismi, ad un magistrato integerrimo che
ha compiuto senza tentennamenti il proprio dovere,
dimostrando coraggio e modestia, senso dello Stato,
equilibrio e moderazione nell’applicazione della legge,
un eroe della normalità, un eroe del dovere dovunque e
comunque fedelmente compiuto, unicamente in ossequio ai
dettami della sua coscienza, un eroe che agiva sempre con
rigore e coerenza, in un periodo in cui diversi processi,
che vedevano coinvolti i più alti esponenti della Cupola
Mafiosa, subivano annullamenti, rinvii, (per motivi
incomprensibili dall’opinione pubblica, ossia per
cavilli procedurali, che talvolta addirittura sembravano
ricercati meticolosamente o appositamente creati) subivano
"aggiustamenti" e si concludevano con lievi
pene, finendo con l’assicura impunità agli autori dei
più efferati crimini. L’autore il dott. Carmelo
Sciascia Cannizzaro in questo libro si chiede perché
il giudice Saetta è stato messo nel dimenticatoio. Un
interrogativo che è il filo rosso di tutto l’interessante
volume. Un interrogativo che sostanzialmente credo
rimanga senza risposta. Comunque la coltre dell’oblio
sul giudice Saetta è stata sollevata. Il resto mi auguro
proprio che possa avvenire.
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Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 11.05.2009 -
Commemorazione P.Seggio
Martedì
scorso, 5 maggio, Favara, tramite il Consiglio Pastorale
Parrocchiale e l’Amministrazione Comunale rappresentata
dal Sindaco Russello, Favara ha voluto commemorare la
figura di un Sacerdote, di un parroco, a 40 anni di
distanza dalla sua tragica scomparsa: Don Giuseppe Seggio,
Parroco della Parrocchia S. Vito, proveniente da Ravanusa,
dove era nato il 12 settembre 1922, assassinato
a Favara, in Via Umberto, nel tardo pomeriggio del 5
maggio 1969. Sono passati 40 anni di quel drammatico
pomeriggio del 5 maggio 1969, quando don Seggio, dopo il
consueto lavoro pastorale in Parrocchia e dopo una
riunione dei genitori dei ragazzi che si preparavano alla
prima Comunione, recandosi verso la Chiesa Madre, dove era
programmata una riunione di Clero, venne aggredito
proditoriamente alle spalle da uno squilibrato, che
gli esplose contro 7 colpi di pistola.
A
40 anni di distanza, Favara, che non ha mai dimenticato
Don Seggio, - come dicevamo - lo
ha voluto ricordare con una sobria cerimonia al Castello
Chiaramontano, durante la quale sono state ascoltate tante
testimonianze ed è
stata consegnata una targa alla memoria ai familiari,
sorella e fratello di don Seggio presenti, e poi con una
solenne concelebrazione nella Chiesa di S. Vito, una
concelebrazione anche questa molto partecipata e sentita.
Presenti sempre a tutti e due i due momenti, al castello e
in Chiesa, oltre al sindaco di Favara, avv. Domenico
Russello, anche il sindaco di Ravanusa, dott. Armando
Savarino. E proprio i due sindaci di Ravanusa e Favara al
termine della celebrazione in Chiesa hanno scoperto una
lapide, benedetta da mons. Giuseppe Di Marco che, delegato
dall’arcivescovo Mons. Franco Montenegro ha presieduto
la concelebrazione. Una concelebrazione, animata dal Gruppo
Armonico “Incontri”, diretto da Andrea Ragusa
e Antonio Bruccoleri, a cui hanno preso parte il Vicario
Foraneo Mons. Saverio Taffari, i parroci P. Pasquale Della
Corte, don Pietro Profeta, don Gelando Montana Lampo, don
Nino Giarraputo, oltre
a chi vi parla, due diaconi, don Mario Chiara e don Lillo
Di Pasquale e due ministranti adulti, Salvatore Marrone e
Antonio Di Noto. Favara ha voluto
commemorare così
il Parroco don Giuseppe Seggio, figura indimenticabile di
Sacerdote e di uomo, apostolo dei giovani, sempre
vivacemente inserito nel contesto socio-culturale
cittadino, dal cuore amabile e generoso, sempre pronto e
disponibile con tutti, morto all’età di 47 anni, dopo
22 anni di servizio al popolo di Favara.
La
commemorazione al Castello ha registrato diverse, toccanti
testimonianze, di cui riferiamo, per ovvi motivi solo
qualcosa. Il Rag. Giuseppe Veneziano ha
detto: l’arrivo di
Padre Seggio a Favara ha creato una
grande rivoluzione culturale ed un vivo interesse
del settore giovanile…sapeva
infondere fiducia e amicizia, trasmettere messaggi
di rinnovamento e di speranza, …ha saputo fare diventare
la Parrocchia di San Vito un punto di riferimento per i
giovani di Favara, ….Ha
partecipato da protagonista… alle varie manifestazioni
religiose e civili del
paese, è diventato l’amico, il consigliere di
uomini politici e di personalità dell’epoca,ma
soprattutto è diventato il consigliere ed il difensore
dei più deboli. Oggi, tutto ciò è considerato un fatto
normale, …..Quarant’anni fa, tutto ciò era
considerato “utopistico” e , sicuramente, un simile
comportamento “per certi versi” poteva essere
considerato come un atto di “spavalderia”! Padre
Seggio ha dovuto battersi giorno per giorno per abbattere
il muro dell’ignoranza, per conquistarsi il rispetto
delle istituzioni, la fiducia dei giovani, della gente,
del paese, rompendo con le usanze e le credenze del tempo!
Sotto questo profilo Padre Seggio è stato un grande innovatore e un
precursore dei tempi moderni anche se ciò gli è costata
la vita!
Per questo suo grande contributo e per le sue idee ,la ricorrenza
odierna acquista un valore particolare:onorare la memoria
di un grande precursore!
E l’on. Filippo Lentini, tra le
tante cose su cui in qualche altra nostra conversazione
settimanale ci proponiamo di ritornare , ha detto : Padre
Seggio, però, andò oltre i confini della sua Parrocchia,
instaurando un rapporto privilegiato con giovani laureati
e studenti emergenti e con quanti davano la sensazione di
volere il bene della Città, nell’ideazione di un futuro
diverso e migliore per le giovani generazioni, ma
pretendendo una loro partecipazione attiva, senza fughe ed
abbandoni” E mons. Giuseppe Di Marco nell’omelia,
sottolineando che la commemorazione di don Seggio avveniva
nel giorno in cui la Chiesa Agrigentina celebra la memoria
liturgica di S. Angelo sacerdote e martire, ha detto: “P.
Seggio ha dato testimonianza vera con la sua vita, con il
suo ministero, con la sua opera educativa e sociale, con
il suo sangue”.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta e come al solito, unitamente allo staff tecnico e
giornalistico di Radio Favara 101, vi augura buona
settimana con i programmi della nostra emittente.
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11-Editoriale
di Radio Favara 101- lunedì 23.03.2009
Favara
ed i suoi problemi
Qualche
considerazione sui problemi della nostra collettività
favarese, perché ci sembra urgente guardare in faccia la
nostra realtà locale, che, per colpe passate o recenti,
denuncia varie e gravi forme di degrado, con servizi
sociali che continuano a toccare records negativi in vari
importanti settori, dall’igiene pubblica alla
viabilità, al degrado nel centro storico, con sempre
incombente pericolo per la salute o per la stessa
incolumità fisica.
Preoccupa
inoltre un progressivo allargamento dell’area del
disagio e della povertà, mentre contemporaneamente, una
ristretta fascia sociale aumenta il proprio benessere e
dà segni di lusso e di spreco. La disoccupazione,
conseguente all’incalzante crisi economica, colpisce
soprattutto le categorie sociali più deboli.
La
carenza di valide forme di aggregazione, espone una buona
fascia di giovani, al rischio della frustrazione e dell’alienazione,
nella rete della droga, dell’alcol , della pornografia,
ecc.ecc…
Di
fronte alla somma dei problemi, nessuno può continuare ad
avere atteggiamenti elusivi, facendo finta di niente.
Per
la verità, l’attenzione sui problemi reali della
città, negli ultimi tempi, sembra essersi risvegliata ed
il dibattito avviato pare volersi fare vivace. Ma, per l’efficacia
si richiede continuità ed impegno, superando
definitivamente ogni forma di apatia, di appiattimento, di
rassegnazione, e contemporaneamente, però, evitare pure
ogni inutile asprezza, ogni caduta di stile, ogni inutile
spargimento di veleni, che sicuramente non gioverebbero a
nulla ed a nessuno. Il Sindaco a cui la sovranità
popolare ha affidato il governo della città, per la sua
parte, dopo le scelte che, nell’ambito dei suoi poteri,
ha ritenuto di dover fare nel novembre scorso, è chiamato
ad una verifica, con il coraggio delle decisioni più
appropriate, per il bene comune, che sempre deve stare in
cima ai pensieri di tutti.
Senza
inutili apprensioni e nervosismi, non dimenticare mai che il
giudizio complessivo sull’operato del Sindaco e su
quello della Giunta da lui scelta, spetta al Consiglio
Comunale, l’unico organo rappresentativo dell’intera
Comunità, in cui si esprime e manifesta costantemente la
sovranità popolare. Le difficoltà amministrative che
certamente non mancano nemmeno a Favara, per tutti devono
essere uno stimolo a fare il proprio dovere, con coraggio
e determinazione, nella fatica del dialogo serrato e
fecondo. Deleteria, in ogni caso, la prassi politica dello
struzzo.
Il
Consiglio Comunale, nel suo dovere di giudizio e di
controllo dell’operato del Sindaco, è stato eletto e
quasi naturalmente chiamato ad essere una "spina"
al fianco dell’Amministrazione. Una spina con la
naturale vocazione di pungere, ma sempre e unicamente nel
superiore interesse della collettività.
La
decisione di un’eventuale revoca di fiducia al Sindaco
eletto dai cittadini, nella lettera e nello spirito dell’attuale
normativa in vigore, deve essere considerata davvero l’ultima
"ratio", includendo, in questo caso, per
i Partiti e per i singoli Consiglieri, anche un giudizio
certamente non positivo sulle proprie capacità, oltre che
sull’impossibilità di andare avanti nel conseguimento
del bene comune possibile.
Come
ho avuto modo di dire più di una volta, nel periodo
2002-2007 della precedente Amministrazione, quando, per
volontà popolare, la situazione tra Sindaco e Consiglio
Comunale era ben diversa dall’attuale, Favara,
senza bisogno di compromessi , né di "inciuci",
ha il diritto di essere governata, puntando ai traguardi
possibili e nel rispetto della volontà
"presunta" degli elettori.
Mi
chiedo: mentre si riprende il
dibattito, perché non pensare ad alcune iniziative
concrete, per stare a contatto con la base ? Perché,
prima di decidere tutto nel chiuso del Palazzo, non
sperimentare forme dirette di democrazia ?
Cioè,
al fine del coinvolgimento della gente, perchè da
parte dell’Amministrazione, (o in alternativa e/o
assieme al Consiglio Comunale) non attuare, quello
che è sempre stato detto e mai realizzato, cioè incontri
di quartiere per dare alla gente la possibilità
di esprimersi, verificare, controllare l’operato di
tutta la macchina amministrativa, che è a servizio della
Città ? Ancora, nel prossimo periodo, perché non
pensare ad un CONSIGLIO COMUNALE aperto,
adeguatamente preparato ed allargato a tutte le forze vive
della Città, per una verifica generale, in grado di
offrire maggiori elementi di valutazione ? Da considerare
che problemi e difficoltà, potrebbero forse ripresentarsi
anche in futuro e negli stessi termini. Perciò il dovere
per il Sindaco e per i sigg. Consiglieri comunali di tutti
i Partiti, a vivere più a contatto con la gente, valutare
e interpretare la volontà popolare, per le decisioni più
sagge per la Città, che ognuno per la sua parte potrà
sentire ed avere il dovere di prendere.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, Don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta, e anche a nome dello staff tecnico e giornalistico
di Radio Favara 101 vi augura buona settimana con i
programmi della nostra emittente.
10-Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 16.03.2009
RAGAZZI
E VIOLENZA - Di chi è la colpa?
Un’emergenza
che coinvolge tutti
È
davvero difficile commentare un fatto come quello
accaduto, qualche settimana fa a Chioggia, nel Veneto,
dove un ragazzino tredicenne ha accoltellato il proprio
insegnante di musica. Proprio così, gli ha piantato alla
schiena un coltello, mentre l’insegnante scriveva alla
lavagna. Lo ha fatto a scuola, con un gesto premeditato,
dopo aver portato in classe, da casa, un coltello da
cucina. E’ difficile, ma è opportuno fare qualche
riflessione perché questa vicenda per certi versi estrema
in qualche modo coinvolge tutti. Sappiamo troppo poco per
entrare nel caso specifico. Quale disagio viveva questo
ragazzino? Quali rapporti con l’insegnante? Quali
tensioni familiari? Sono solo alcune delle tante,
possibili, domande senza risposta. E che comunque non
possono e non potrebbero giustificare il gesto. Alcuni
aspetti, invece, si possono considerare. "Era un
ragazzino dal carattere chiuso, ma uguale a tanti
altri". "Una famiglia normale…":
così alcune descrizioni sui giornali, che hanno,
giustamente, sottolineato il contrasto con l’enormità
del fatto. Un fatto, va detto, che però non è isolato
nella nostra società dove capita che ragazzi diano alle
fiamme un barbone o che "il branco", questa
figura ormai d’uso comune e deresponsabilizzante,
violenti e umili una fanciulla, una compagna di classe che
si era unita a loro per una festa, con le migliori
intenzioni, quelle solo di passare un’allegra serata con
coetanei amici. Dove capita che ragazzi appicchino il
fuoco nei locali di un Asilo nido, come pare sia avvenuto
ad Agrigento, picchino una compagna disabile, come è
avvenuto a Palermo. E invece ?
Cosa
succede ai ragazzi? Questa è la domanda da porsi con
sempre maggiore serietà, pur senza drammatizzare ed
estendere oltre misura situazioni di disagio e degrado. E’
interessante leggere, su internet, i commenti delle
persone alla notizia di Chioggia: colpa della tv, della
scuola, dei genitori, della politica e naturalmente di
internet; colpa della cultura di sinistra e del
permissivismo, della mancata certezza della pena, dell’odio
che si semina a ruota libera, magari contro gli immigrati…ecc.ecc…e
così via. C’è un po’ di tutto. C’è anche tanta
passione e interesse insieme però allo sgomento e alla
sostanziale resa di fronte a fenomeni che sembrano non
avere soluzione.
Eppure
qualcosa si deve poter fare. Anzitutto continuare a
considerare i ragazzi e i più piccoli in generale come
creditori dell’impegno degli adulti. Sì , dell’impegno
e della testimonianza, dello stile di vita degli adulti.
Sviluppando, si passi l’esempio, una genitorialità
allargata. Nel senso di avvertire tutti, nei loro
confronti, nei confronti dei ragazzi e dei giovani, una
piena responsabilità. La famiglia e la scuola, agenzie
educative tradizionali, come peraltro anche la parrocchia,
sono sostanzialmente spiazzate nel contesto contemporaneo
dove informazioni, valori, riferimenti e modelli di
comportamento giungono da più parti e sono proposti in
modo estremamente veloce, non mediato, senza filtri. Se la
tentazione, da parte di ciascuna agenzia, e degli adulti
in generale, è quella di lasciar cadere le braccia – "Non
ce la facciamo" – l’occasione è invece
quella di rilanciare e cercare alleanze, mettersi
insieme dando corpo a reale e condivisa responsabilità
educativa, in sinergia di sforzi e di impegno concreto.
Questa è una vera emergenza contemporanea. Ci sono tante
volte famiglie chiuse, spesso isolate dalle molteplici e
concrete difficoltà di ogni genere che incontrano tutti i
giorni. Famiglie dove è già difficile "fare
alleanza" all’interno, a partire dai genitori tra
loro. E dove non di rado, e come richiede l’età, i
ragazzini e le ragazzine vivono un mondo proprio, talvolta
del tutto sconosciuto agli adulti. Questi minori bisogna
guardarli da tanti punti di vista diversi, da mettere poi
insieme per capire, per aiutare loro ad affrontare il
cammino della vita senza sbandare o almeno senza sbandare
troppo.
Famiglia
e scuola, parrocchia e associazioni, - sì, e associazioni
- ; nel mio piccolo, debbo dire che all’interno della
parrocchia S. Vito, nel passato anche recente, spesso
viene richiamata l’attenzione dei responsabili delle
associazioni esistenti (Ass. ‘Giò 90 S. Vito,
Confraternita della Santa Croce del Calvario, Gruppi vari
di Preghiera), perché dedichino tempo e diano spazio ai
ragazzi ed ai giovani, evitando che quei giovani maturi o
adulti che hanno la guida di queste associazioni si
chiudano nel loro cerchio, che magari è più
gratificante, senza pensare concretamente ai giovani, ai
ragazzi, perché è inutile poi lamentarsi, bisogna
dedicare tempo ed interesse; e poi un’Associazione che
non sa accogliere ragazzi e Giovani, prima o poi è
destinata ad estinguersi. Insomma sul territorio bisogna
fare comunità, perché come spesso, sempre più
chiaramente si dice, il problema dei ragazzi e dei
giovani, è il problema degli adulti che non sono più
punto valido di riferimento e – ancora più grave – si
scoraggiano, magari addossando ad altri le colpe e non
vogliono impegnarsi a recuperare il loro ruolo, di
genitori e di educatori. Occorre insomma da parte di
tutti, con un nuovo scatto di responsabilità, rispondere
al progressivo degrado del tessuto di relazioni che
accomuna la nostra società, i cui sintomi non mancano
nemmeno a Favara e dove ciascuno tende a fare da sé e per
sé. E’ un passo necessario, per ricordare poi che ne
servono certamente anche altri, che ci sono piani
successivi da responsabilizzare – dalla televisione alla
politica, per intenderci – per costruire un futuro
migliore del quale nessuno, credo proprio, voglia fare a
meno. Siamo in Quaresima, tempo particolare per i
cristiani, di impegno e di riflessione
9-Editoriale
di Radio Favara 101 - lunedì 09.03.2009
Ieri
8 marzo, festa
della donna.
Dai microfoni di questa nostra emittente, Radio Favara
101, ancora i nostri migliori auguri al sesso cosiddetto
gentile ed alle tante ragazze favaresi e non , ma di
talento, che si sono affermate e si vanno affermando nei
vari posti di responsabilità, in campo politico, a
servizio dello Stato, nei quadri istituzionali della
Magistratura, nei settori delicati della giustizia, della
legalità, nei vari campi del sapere, della tecnica,
dell’arte, della musica, del canto, della moda, ecc.
ecc… a livello nazionale e, - perché no ? -
anche internazionale.
Auguri . Auguri di cuore.
Il mondo femminile, ha ricevuto in questi ultimi
decenni e, giustamente continua a ricevere grande
attenzione da parte della società, della cultura, delle
persone più responsabili. In
questo contesto, opportunamente, sempre più spesso si
sente l’indignazione e la denuncia della
strumentalizzazione del corpo femminile nei programmi
televisivi e, in buona sostanza, si vuole dire , sempre più
con forza e convinzione, “Basta con la donna
oggetto". Basta con la mancanza di rispetto
alla donna. Basta con
l'immagine della donna, così come viene proposta nella
pubblicità, nell'intrattenimento e in diversi film.
"Si tratta di messaggi inaccettabili e negativi,- ha tenuto a
ribadire il Comitato di applicazione del Codice di
autoregolamentazione Tv e minori, costituito presso il
ministero delle Comunicazioni – si
tratta di messaggi negativi anche per l'equilibrato
sviluppo dei minori, ai quali vengono proposti modelli non
certamente educativi, oltre che fuorvianti, sul
comportamento delle donne".
Il
Comitato rivolge dunque un appello alle emittenti tv
affinché si presti maggiore attenzione ai modi con cui
viene rappresentato l'universo femminile, al quale
rinnoviamo i migliori auguri. E detto questo, che
ci sembrava davvero doveroso nei riguardi di tutte le
nostre radioascoltatrici – che, ci risulta essere
proprio tante -, vogliamo richiamare l’attenzione,
sull’evento che si è vissuto
a Favara,
sabato 28 febbraio scorso, nella
parrocchia di S. Vito, nella ricorrenza del 5°
anniversario dell’Accoglienza della Statua di S. Pio e
della contestuale nascita a Favara, di un nuovo Gruppo di
Preghiera, sotto la protezione della Madonna della Neve.
Si è voluto ricordare l’evento di cinque anni fa,
quando migliaia di fedeli hanno partecipato alla
cerimonia di accoglienza della statua di Padre Pio, che ha
fatto il suo ingresso ufficiale nella Chiesa di S. Vito.
Migliaia di fedeli, allora, di tutte le 9 Parrocchie della
Città, al punto che solo una piccola parte dopo la
processione ha potuto prendere posto nella Chiesa. Un
evento che si è voluto ricordare in questo tempo di
Quaresima, per richiamare la spiritualità di P. Pio,
definito il Santo del terzo millennio. Ricordiamo che
cinque anni fa, il 28 febbraio, anche allora 1° sabato di
Quaresima, dopo la benedizione avvenuta davanti al
Calvario, il venerato simulacro di P. Pio è stato
accompagnato nella Chiesa di S. Vito, nel tripudio di un
popolo in festa, accompagnato dagli stendardi dei vari
Gruppi di Preghiera, tra canti e preghiere, in un clima di
sensibile commozione e di entusiasmo; un entusiasmo che i
componenti dell’allora Comitato Venerdì Santo oggi
Confraternita della Santa Croce del Calvario in divisa,
come pure alcuni Vigili Urbani, hanno stentato a
disciplinare. Un vero e proprio bagno di folla, in un
contesto di sentita devozione. E quest’anno, a cinque
anni di distanza, il GRUPPO, guidato da Piera e Lillo
Montaperto, ha voluto ricordare quella data, con una
giornata di adorazione eucaristica, per una ripresa di
impegno, uno stimolo di riflessione ai tanti devoti di
P.Pio delle varie Parrocchie della nostra Favara, in
questo tempo di Quaresima, che richiama tutti a
riorganizzare e vivere meglio la propria vita; in questa
nostra Favara, dove i problemi non mancano, ma nemmeno le
tante potenzialità di bene, spesso però non messe
adeguatamene in risalto. La stampa, spesso, e forse troppo
spesso, è pronta a dare grande risalto a tutti gli eventi
negativi che si verificano a Favara , mentre
contemporaneamente trascura o dà scarso risalto o
addirittura nessun risalto, a tanti eventi positivi che a
Favara si verificano. P.
Pio, umile
fraticello, santo del terzo millennio ha conquistato il
cuore di milioni e milioni di persone. Un uomo di Dio, che
non ha organizzato nulla, - a parte la tenacia con cui
ha voluto la Casa Sollievo della Sofferenza,
un frate
che non è uscito mai dal suo convento, un
uomo di profonda e intensa spiritualità, ma anche di
grande semplicità, di grande carica umana e immediatezza.
Sempre disponibile
ad ascoltare e consigliare, per tutti padre sollecito e
vicino. La Chiesa
istituzionale che pure lo ha fatto tanto soffrire,
ma che - come diceva sempre P. Pio - lo ha anche tanto
amato, il
16 giugno 2002, - e quindi proprio all’inizio di
questo millennio- lo ha iscritto ufficialmente nell’albo
dei suoi Santi, proponendolo all’imitazione dei fedeli. Dio,
attraverso la
semplicità di P. Pio, è venuto incontro ai
bisogni dell’umanità ed
ha voluto dare all’umanità un messaggio che è bene
ricordare in questo tempo di Quaresima , richiamando tutti
al primato di Dio e quindi alla dimensione soprannaturale,
da non confondere col miracolismo.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, Don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta, e anche a nome dello staff tecnico e giornalistico
di Radio Favara 101 vi augura buona settimana con i
programmi della nostra emittente.
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7-Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 23.02.2009
8-Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 02.03.2009
PATTI
LATERANENSI - Ottant'anni di laicità.
Un
esempio di positivo rapporto tra Stato e Chiesa
L'11
febbraio scorso c’è stata la ricorrenza dell’ '80°
anniversario della firma dei Patti Lateranensi, che hanno
segnato la nascita dello Stato della Città del Vaticano.
Non solo, ma quest’anno c’è anche la ricorrenza del
25° del rinnovo di questi Patti, rinnovati il 18 febbraio
1984, un rinnovo fir,mato da Craxi per il Governo Italiano
e dal cardinale Casaroli per la Santa Sede, mentre allora
80 anni fa, i patti furono firmati da Benito Mussolini e
dal cardinale Gasparri, per conto dell’allora Pontefice
Pio XI, Papa Achille Ratti. Fin dall'inizio del suo
pontificato nel 1922, papa Pio XI aveva fatto della
riconciliazione tra Stato e Chiesa un punto cardine del
suo programma. La Questione Romana, apertasi dopo la presa
di Roma nel 1870, si era protratta fin troppo e la
definitiva composizione del contrasto fra Stato e Chiesa
era ormai un'esigenza improrogabile. Le trattative fra
governo e Santa Sede iniziarono nell'estate del 1926 e si
conclusero appunto l'11 febbraio 1929 con la firma dei
Patti Lateranensi, che stabilirono il reciproco
riconoscimento del Regno d'Italia e dello Stato della
Città del Vaticano. Gli accordi presero il nome dal
palazzo di San Giovanni in Laterano dove furono
sottoscritti dal cardinale segretario di Stato vaticano
Pietro Gasparri, e dal primo ministro italiano Benito
Mussolini. I Patti Lateranensi constavano di due distinti
documenti: il Trattato che riconosceva l'indipendenza e la
sovranità della Santa Sede e fondava lo Stato della
Città del Vaticano - con diversi allegati, fra cui la
Convenzione finanziaria - e il Concordato che definiva le
relazioni civili e religiose in Italia tra la Chiesa ed il
Governo stabilendo, tra l'altro, che i sacerdoti fossero
esentati dal servizio militare, che il matrimonio
religioso avesse effetti civili, e riconoscendo la
religione cattolica come unica religione di Stato. Il 18
febbraio 1984, come abbiamo detto, cioè 25 anni fa, la
Repubblica italiana e la Santa Sede hanno firmato un
accordo di revisione del Concordato del 1929.
Nei
giorni scorsi il prof. Giuseppe Dalla Torre, docente di
diritto canonico e diritto costituzionale e rettore della
Lumsa ha dichiarato: "La firma dei Patti
Lateranensi costituisce il punto di arrivo di un processo
che era in corso da tempo perché già gli ultimi governi
liberali avevano avvertito la debolezza della soluzione
data alla Questione Romana con la legge delle Guarentigie
del 1871, e che la Santa Sede non aveva mai accettato. Da
questo punto di vista il fascismo raccoglieva i frutti di
un clima che era già mutato nell'ultimo periodo liberale.
Naturalmente nel 1929 vi sono anche degli elementi nuovi
rispetto a ciò che era possibile pensare anche solo un
decennio prima. Il Trattato contenuto nei Patti riconosce
l'indipendenza e la sovranità della Santa Sede attraverso
una serie di garanzie tra cui la costituzione di uno, sia
pure piccolissimo, Stato pontificio, lo Stato della Città
del Vaticano". Oltre che dal Trattato, i Patti
sono costituiti anche da un Concordato..."considerato
documento inscindibile con il Trattato - Pio XI dirà:
simul stabunt, simul cadent - il Concordato
servì in qualche modo a garantire alla Chiesa degli spazi
di libertà in un momento in cui invece l'affermarsi del
fascismo portava alla limitazione o addirittura
all'annientamento della libertà in alcuni settori della
vita civile. Si pensi in particolare al problema
dell'associazionismo giovanile. Il fascismo aveva
soppresso tutte le associazioni che non fossero quelle del
partito; con l'art. 43 del Concordato si riuscì ad
ottenere il riconoscimento formale dell'Azione Cattolica,
allora associazione cattolica per eccellenza".
A
80 anni di distanza "Il bilancio è senz'altro
positivo. L'esistenza dello Stato della Città del
Vaticano e delle altre garanzie previste dal Trattato
hanno assicurato al Papa la piena libertà di esercizio di
quello che in gergo ecclesiastico si chiama "ministero
petrino" a livello universale. A differenza di
quanto verificatosi durante la prima guerra mondiale, nel
corso del secondo conflitto la Santa Sede ha avuto la
possibilità di continuare a mantenere collegamenti
diplomatici con gli Stati in guerra con l'Italia. Il
Concordato del 1929 e la revisione del 1984, dal canto
loro, hanno assicurato alla Chiesa italiana una
sostanziale libertà di azione pastorale nell'ambito della
società".Vantaggi anche per lo Stato italiano.
"Anzitutto
la ricucitura di quella sorta di dissenso civile nato con
il moto risorgimentale; il rafforzamento delle basi di
consenso allo Stato e della coesione sociale. In secondo
luogo, la Chiesa ha dato e continua a dare un contributo
innegabile e fondamentale alla crescita e alla elevazione
della società italiana sia dal punto di vista del sentire
etico diffondendo un alto messaggio morale, sia dal punto
di vista dei servizi educativi e sociali. Basterebbe
pensare al volontariato cattolico e a ciò che significa
oggi in una società che sta smantellando il welfare. Per
non parlare del turismo religioso e dei grandi eventi
legati alla Chiesa che hanno portato e portano risorse e
richiedono servizi; entrate che vanno anche a beneficio
dello Stato e di tutta la società".
Su
questo argomento ci sarebbero altre cose da dire, ma ci
riserviamo di dirle nella prossima puntata, lunedì
prossimo.
lunedì 02.03.2009
Continuando,
come annunciato nella nostra precedente conversazione,
nella nostra riflessione sui Patti Lateransi, cioè sul
concordato tra la Chiesa e lo Stato in Italia,
nella ricorrenza dell’’80° della stipula e del
25° del rinnovo, ci chiediamo subito, partendo da
quest’ultimo punto,
“Che novità ha introdotto l'accordo di Villa Madama di
revisione del Concordato del 16 febbraio 1984”? e
diciamo subito che anzitutto, dovendo procedere ad una
rivisitazione, dopo 55 anni,- tanti ne erano passati dal
1929 al 1984-, si
è preso subito atto che necessitava di essere cambiato,
in rapporto alla maturazione dei tempi, il principio della
religione cattolica come unica religione dello Stato
italiano; la Costituzione che l'Italia si è data nel
1948, e che pure ha recepito nell'art.7 i Patti
Lateranensi, ha un
impianto fortemente laico, anche se nel senso di una
laicità positiva, ricca di valori e non di quella laicità
di bassa lega, professata da tanti cosiddetti laici di
oggi. Con la sua entrata in vigore, quel principio, della
religione cattolica come unica religione dello Stato, era
sostanzialmente venuto meno. Più in generale, il testo
del 1929 è stato adeguato all'attuale contesto
ordinamentale italiano - quello di una democrazia piena
che assicura tutti i diritti e le libertà; - e poi,
bisognava adeguarsi ai deliberati del Concilio Vaticano II
per quanto riguarda la Chiesa.
Dal punto di vista giuridico le maggiori novità
della riforma del Concordato del 1984 ancora, sono quelle
in materia di enti e di sostentamento economico del clero,
che costituiscono una positiva evoluzione rispetto ad una
situazione che il Concordato del 1929 aveva cristallizzato
e che sostanzialmente risaliva ancora alla legislazione
italiana in materia ecclesiastica dell'Ottocento".
Non vogliamo poi sottrarci alla constatazione che negli ultimi anni il Concordato è stato messo in discussione da talune
forze politiche che, accusando la Chiesa di indebite
ingerenze nell'attività dello Stato, hanno avanzato
l'ipotesi di un referendum per la sua
abrogazione...Diciamo subito su questo che "Dal
punto di vista tecnico questa soluzione non sarebbe
praticabile perché la Costituzione interdice i referendum
abrogativi nei confronti di trattati internazionali, come
è per sua natura il Concordato". Ma vogliamo anche
aggiungere che, per esempio, anche prima
degli ultimi sviluppi della vicenda di Eluana Englaro, la
Chiesa è stato accusato di lesione alla laicità dello
Stato...Dobbiamo precisare che quando la Chiesa
interviene su temi come la persona, la vita, la famiglia,
le guerre, lo fa per difendere il bene dell'uomo e non
intacca minimamente la laicità dello Stato. In questi
casi il suo insegnamento intende richiamare principi non
di stretta morale cristiana, ma di diritto naturale comuni
a tutti gli uomini. Dal punto di vista giuridico, inoltre,
la Chiesa esercita il proprio diritto di libertà di
magistero riconosciuto dal Concordato e quindi dalla
Costituzione. L'invito all'obiezione di coscienza non è
altresì un'esortazione ad essere sovvertitori dello
Stato; si tratta di un istituto costituzionale, non detto
esplicitamente nel disposto della Carta ma, come nel caso
della laicità dello Stato, di un principio che la Corte
costituzionale giustamente ha desunto dal sistema
costituzionale stesso. Esortare all'obiezione di
coscienza, quando la Chiesa lo fa, come per esempio in
occasione dell’aborto, significa dunque richiamare un
diritto previsto dal nostro ordinamento; quando, cioè,
l’obiezione di coscienza
è correttamente posta costituisce uno degli
strumenti atti a mantenere l'ordinamento più generale
fedele ai principi costituzionali".
Del resto il primo articolo del Concordato in vigore
afferma che lo Stato italiano e la Chiesa cattolica sono
impegnati "alla reciproca collaborazione per la
promozione dell'uomo e il bene del Paese".
"
La laicità che possiamo desumere dal Concordato e
dalla nostra Costituzione è una laicità positiva nel
senso che, a differenza di quanto avviene spesso nella
pubblicistica, non guarda al fenomeno religioso come a un
fatto da combattere, né tantomeno da ricondurre al
privato e al chiuso della propria coscienza, ma gli
riconosce una dimensione pubblica e una funzione sociale
ben precisa. Per questo il fatto religioso viene tutelato
dall'ordinamento come un elemento di elevazione dell'uomo
e della società. Laicità significa inoltre libertà
religiosa individuale, collettiva e istituzionale.
Libertà religiosa significa eguaglianza di trattamento
senza distinzioni religiose ma tenendo conto delle
peculiarità di ciascuno. Laicità significa
distinzione tra sfera politica e religiosa, ma non
separazione tra sfera politica e morale: anche il
legislatore dello Stato è soggetto ai principi della
morale naturale. Per questo la laicità prevede la
distinzione degli ambiti tra Stato e Chiesa, laddove Stato
e Chiesa sono ciascuno sovrani nel proprio ordine, ma non
esclude una sana collaborazione per la promozione
dell'uomo e per il bene del Paese".
Radioascoltatori
e radioascoltatori, Don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta…..
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6 -Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 16.2.09
San
Valentino Vescovo e martire
Anche
se il calendario ufficiale della Chiesa fissava sabato
scorso 14 febbraio la memoria dei santi Cirillo e Metodio,
compatroni dell’Europa, assieme a S. Benedetto, nel
sentire comune del popolo cristiano e non solo, il
pensiero è andato a S. Valentino, il patrono degli
innamorati, la cui etimologia latina del nome porta già
un messaggio di salute sana, forte e robusta. Il 14
febbraio nell’immaginario collettivo,ogni anno, richiama
subito, anche grazie alla martellante pubblicità
consumistica dei moderni mezzi di comunicazione sociale,
al martire S. Valentino, anzi - dobbiamo precisare - ai
due martiri di nome Valentino, vissuti entrambi nel secolo
III; martiri che hanno dato il nome a una simpatica
tradizione, soprattutto nei paesi anglosassoni: poiché
nel Medioevo si riteneva che in questo giorno gli uccelli,
avvertendo i primi tepori primaverili, cominciassero a
nidificare, si disse che la festa di S. Valentino segnava
l'annuale risveglio della vita e quindi dell'amore. S.
Valentino divenne perciò il patrono dei fidanzati, che si
scambiano bigliettini affettuosi e anche scherzosi, detti
appunto "valentini"; giorno di regali tra
il serio ed il faceto, giorno delle proteste d’amore ,
talvolta vere, ma talvolta anche un po’ ironiche, giorno
che fa registrare uno scambio fitto di fiori e regali, di
letterine e messaggi, anche attraverso internet o
telefonini Un groviglio di tradizioni che non è facile
spiegare.
Una
festa popolare sicuramente destinata a resistere anche nel
terzo millennio, -vogliamo augurare - non solo a maggior
gloria del consumismo, ma dell’autentico amore, quello
che ha spinto S. Valentino a versare il suo sangue per non
tradire Cristo, e che deve spingere i fidanzati a
condividere, nella fedeltà reciproca, un comune progetto
di vita, nella condivisione e nella responsabilità. San
Valentino, il santo degli innamorati. E' una festa
importante, in un tempo come il nostro dove l'Amore figura
come debolezza. E' in un tempo in cui i giovani "si
mettono assieme", si dice, non solo nei cuori, ma
anche a letto, rifiutando di farsi chiamare fidanzati,
perché l'Amore, si dice, è un attimo fuggente. Festa dei
fidanzati ma anche certamente degli sposi che si
considerano non solo fedeli, ma soprattutto felici,
innamorati! Il 14 febbraio, insomma, tutti si amano di
più, almeno così dice la tv, tutti si amano e spendono
di più come hanno orchestrato i maghi del marketing.
Quintali di cioccolatini, poesie d’amore , letterine
sdolcinate, alla ragazzina bionda o dai capelli rossi.
Mille e uno modi per credere nelle cinque lettere, che
messe l’una dietro l’altra fanno girare il mondo:
amore.
Dai
cinque alle sei milioni di coppie, secondo alcuni dati ,
hanno festeggiato la ricorrenza. Consegnati almeno 15
milioni di rose per una spesa di diverse decine di milioni
di euro, milioni di cioccolatini . Ed anche per
l'occasione almeno 300 mila innamorati in viaggio, con
promozioni per le capitali più romantiche: Parigi,
Vienna. Praga, Venezia. Regali anche importanti anelli,
orecchini, collane, oro e tanto tantissimo argento, ma
anche biancheria intima, profumi, ecc…ecc…
A
me, nel giorno di S. Valentino mi è capitato di trovare
una preghiera che ritengo significativa, nel contesto
culturale di oggi, e che perciò voglio riproporre.
Chissà che non offra ad alcuni –ed io mi auguro a tanti
– alcuni spunti validi di riflessione ! La preghiera
diceva: S. Valentino insegna agli Innamorati le ripide vie
della gioia!
Mandaci
Innamorati consapevoli, capaci di fermare i loro gesti
affettuosi per leggere prima, e verbalizzare poi, e infine
condividersi, i sentimenti profondi del loro cuore.
Mandaci
Innamorati desiderosi di ascoltare l'altro più che di
parlare loro, capaci di verificare se stanno parlando per
amore e se si stanno ascoltando con amore.
Mandaci
Innamorati capaci di dialogare dalla profondità del
proprio cuore alla profondità del cuore dell'altro,
scongiurando la sventura di rapporti sistematicamente
superficiali, solo appiccicosi, intessuti di battute,
ripicche e gelosie.
Mandaci
Innamorati volenterosi di capire l'altro più che di
essere capiti, più di dare ragione all'altro che di aver
ragione loro, più di avere amore che avere ragione.
Mandaci
Innamorati attenti a innervare il proprio contatto fisico
sempre più di contatto interiore profondo: toccarsi il
corpo per bussare all'anima!
Mandaci
Innamorati attenti alle finezze dell'Amore, senza
racchiudersi nella gabbia dorata del loro amore-Narciso.
Mandaci
Innamorati desiderosi di verificare la verità del loro
Amore ricambiato, amando ciascuno e insieme chi non
ricambia il loro Amore.
Mandaci
Innamorati in cammino per accogliersi sempre meno come
personale conquista, sempre più come dono all'altro
dall'Alto: cioè come tuo dono!
Mandaci
Innamorati così incantati dalla Tua presenza, Signore,
nel cuore dell'altro da non poter fare a meno di
inginocchiarsi nell'abbraccio, davanti al cuore di chi
amano, tabernacolo del tuo Amore!
Radioascoltatrici
e radioascoltatori don Diego Acquisto
cordialmente vi saluta ed anche a nome dello staff
tecnico e giornalistico di Radio Favara 101, vi augura
buon prosieguo di ascolto con i programmi di questa
nostra emittente.
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1°-Editoriale2009
--di Radio Favara 101 – lunedì 10-01-2009
La
povertà da scegliere e la povertà da combattere
La
povertà da scegliere e la povertà da combattere. Ne ha
parlato papa Benedetto, nel primo giorno dell’anno,
nel messaggio a tutti gli uomini ed a tutti i popoli
perché, per camminare sulla via della pace, si deve
cercare di stabilire un "circolo virtuoso" tra
queste due povertà. La prima, la povertà da scegliere,
è la rivoluzione pacifica che inizia da Betlemme,
quella povertà che vede Gesù non solo farsi uomo ma
farsi povero; senza organizzare campagne contro la
povertà, Cristo, ha voluto scegliere per sé la
povertà e proporla come messaggio al mondo. "Lui da
ricco che era, ha voluto nascere povero e vivere povero,
in uno stile di vita sobrio, guadagnandosi da vivere col
lavoro, come artigiano, con S. Giuseppe. La povertà
da combattere è quella che impegna a rendere il mondo
più giusto e solidale. La povertà da combattere, è
stata scelta come tema della 42° Giornata mondiale
della pace di quest’anno: "Combattere la
povertà, costruire la pace". La povertà
che Dio non vuole, e quindi da combattere è quella che
impedisce "alle persone e alle famiglie di
vivere secondo la loro dignità; la povertà che offende
la giustizia, la povertà che offende l’uguaglianza e
che, come tale, minaccia la convivenza pacifica".
In questa povertà da combattere rientrano,
naturalmente, anche quelle forme di povertà "che
si riscontrano nelle società ricche e progredite, come
emarginazione, miseria relazionale, miseria morale e
spirituale". In concreto, non si può
combattere efficacemente la miseria, se non si cerca di "fare
uguaglianza", riducendo il dislivello
tra chi spreca e chi manca persino del necessario. In
concreto, tra chi, per fare un esempio, in Italia
percepisce uno stipendio di 20.000 euro al mese e chi
invece non può arrivare a fine mese. Ciò comporta
scelte di giustizia e di sobrietà, per colmare almeno
in qualche modo il solco profondo che divide i Paesi
ricchi dal resto del mondo, cioè quel 20 per cento
della popolazione che usufruisce dell’80 per cento
delle risorse del pianeta, contro l’80 per cento che
può accedere solo al 20 per cento dei beni. Se i ricchi
voglio vivere, i poveri almeno devono avere la
possibilità di sopravvivere.
Benedetto
XVI punta l’indice sul complesso fenomeno della
globalizzazione "per valutarne i rapporti con la
povertà su larga scala". Così di fronte a piaghe
diffuse "quali le malattie, la povertà dei bambini
e la crisi alimentare", il Papa denuncia "l’inaccettabile
corsa ad accrescere gli armamenti" e dice: "Da
una parte si celebra la Dichiarazione universale dei
diritti dell’uomo, e dall’altra si aumentano le
spese militari, violando la stessa Carta delle Nazioni
Unite, che impegna a ridurle al minimo". La
globalizzazione se da un lato elimina certe barriere,
dall’altro può costruirne di nuove – sottolinea
ancora il Papa – e per questo la comunità
internazionale e i singoli Stati non devono mai
abbassare "la guardia", mantenendo alto
il livello della solidarietà. E questo perché una
delle poche certezze di questo nuovo anno è la
necessità di fare i conti con l’incertezza e con la
crisi. D’altro canto, come ha detto il presidente
Napolitano "l’unica cosa di cui aver paura
è la paura stessa". Una misurata fiducia
quella del presidente della Repubblica, che esorta a
fare della crisi un’occasione" per
superare debolezze e problemi vecchi e nuovi. Su questa
strada si può contare sulle risorse obiettive presenti
in Italia e sul deposito dei "valori
costituzionali".
In
questa ottica, il ritorno della "questione
morale", in forme e con protagonisti che sembrano
riprendere da lontano, quasi come un ricorso storico,
fatti di quindici anni fa, mentre l’opposizione
politica appare lacerata e priva di iniziativa.L’opinione
pubblica reclama una classe politica all’altezza della
situazione, rappresentanti politici capaci di trovare un
percorso adeguato di risposta alle grandi sfide dell’incertezza
che ci sta davanti. Personalità capaci di parlare
"il linguaggio della verità" e di comportarsi
di conseguenza.
Ma
sarebbe mera retorica sovraccaricare di aspettative la
classe politica che, nel bene e nel male, finisce con l’esprimere
la qualità media di una società. L’Italia e gli
italiani insomma possono fare di più: potrebbe essere
questo l’oroscopo collettivo che apre il 2009. Per
questo occorre essere più esigenti sulla qualità e
fare uscire finalmente il discorso pubblico da quel
registro di gossip collettivo in cui sembra, per tanti
versi, essersi radicato, per quieto vivere. L’attuale
crisi economica globale va vista anche come un banco di
prova. Concludiamo con un in interrogativo ed una
considerazione che si poneva e ci poneva Papa Benedetto
nel "Te Deum" di fine anno : "Siamo
disposti a fare insieme una revisione profonda del
modello di sviluppo dominante, per correggerlo in modo
concertato e lungimirante? Lo esigono, in realtà, più
ancora che le difficoltà finanziarie immediate, lo
stato di salute ecologica del pianeta e, soprattutto, la
crisi culturale e morale, i cui sintomi da tempo sono
evidenti in ogni parte del mondo".
Radioascoltatrici
e radioascoltatori don Diego Acquisto
cordialmente vi saluta ed anche a nome dello staff
tecnico e giornalistico di Radio Favara 101, vi augura
buon prosieguo di ascolto con i programmi di questa
nostra emittente.
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61-Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 22 dicembre 2008
CRISTIANI
PERSEGUITATI: intollerabile indifferenza
Ancora
tempo di persecuzioni contro i cristiani. Ieri come
oggi. Adesso è l'India lo specchio del mondo. Quello
che accade lì vale anche altrove. Accade cioè in
Pakistan, Iran, Arabia Saudita, Algeria, Sudan, anche in
Egitto. Le comunità cristiane locali sono un segno di
provocazione, per la loro stessa presenza. Danno
fastidio, in quanto diffondono una cultura e un sistema
di vita fondati sul valore assoluto della persona umana.
Sulla libertà, sull'uguaglianza (quindi, la donna con
gli stessi diritti dell'uomo), sulla democrazia, sulla
giustizia sociale.
Il
cristianesimo – lo si voglia ammettere o no - è alla
radice della nostra cultura, del nostro modo di vita
occidentale. La persecuzione in atto contro il
cristianesimo è in verità contro l'Occidente
democratico, inutile illudersi. L'opinione pubblica di
casa nostra è abituata a pensare che i cristiani siano
perseguitati solo nei Paesi islamici o a regime
comunista. Ma, oltre a queste persecuzioni o a questo
tipo di persecuzioni, sta venendo alla ribalta un altro
tipo di persecuzione, da parte del fondamentalismo
indù, fondamentalismo indù che le autorità di un
Paese come l'India non riescono a dominare o, forse è
meglio dire, tollerano. Il cristianesimo, grazie all’annuncio
dei valori del Vangelo, grazie alle scuole dei
missionari, laici, religiosi, sacerdoti, il
cristianesimo sta creando una nuova cultura, una
coscienza nuova in India, una coscienza nuova fra gli
intoccabili, fra i paria sui loro diritti, per un
maggior rispetto della persona indipendentemente dalla
casta di appartenenza, una maggiore dignità e decoro di
vita. A far paura, quindi, è questo nuovo clima, è la
libertà cristiana ed occidentale. Quella stessa
libertà riduce il politicamente corretto
attualmente in voga, ad un orpello ipocrita e
demagogico, una tagliola che porta a tacere e, persino,
a giustificare ogni crimine compiuto
"dall'altro" e a considerare il massacro di
cristiani quasi come un inevitabile prezzo da pagare per
le colpe della civiltà occidentale.
Recentemente
si è verificato il rapimento in Kenya di due suore
missionarie del "Movimento missionario Padre de
Foucauld", suor Caterina e suor Maria,
l'ennesimo gesto teso a colpire la presenza cristiana in
Africa. Queste minoranze in terre di frontiera sono
sempre più in difficoltà. Dall'India all'Iraq, dal
Pakistan allo Zimbabwe la persecuzione si sta
intensificando davanti ad un'opinione pubblica
disattenta e svogliata. Sono migliaia i cristiani che
vengono imprigionati, torturati, picchiati e a volte
uccisi. Secondo una ricerca dell'Università di Oxford,
in duemila anni sono stati uccisi circa 70 milioni di
cristiani, a causa della loro fede, di questi 70
milioni, - udite - 45 milioni sono martiri del
Novecento, del secolo scorso. Incredibile e terribile.
Si
fa notare acutamente che si deplora l'offesa ad una
figura sacra per i musulmani, - ricordiamo quello che è
successo nel mondo islamico qualche tempo fa per
l'esposizione di una maglietta con una raffigurazione
giudicata offensiva per Maometto - quando invece, per
Gesù di Nazareth, per i cristiani vero Dio e vero uomo,
e quindi il simbolo più sacro per i cristiani, e il
valore che esso ha per i cattolici, anche questo deve
inchinarsi di fronte alla libertà di espressione e
all'assoluta indipendenza dell'arte che non può
limitarsi di fronte a nulla e nessuno. Quindi poi, il
passo è breve nel paragonare la rana crocifissa di
Bolzano alla Cappella Sistina di Michelangelo, come
hanno fatto alcuni, cosiddetti "maitre à penser",
maestri del pensiero, maestri caserecci, di casa nostra.
Una cultura di indifferenza e di asservimento che lascia
nauseati e sgomenti e fa anche piazza pulita di arte e
cultura. Lo stesso atteggiamento che porta ad accettare
passivamente i massacri compiuti dagli altri, nei
riguardi dei cristiani, alimentando così l'indifferenza
per le persecuzioni contro cristiani e cattolici.
Ogni
cittadino, come si legge in un documento dei vescovi
indiani di questi giorni, dovrebbe recuperare il senso
della comunità e pertanto, considerare inalienabile il
diritto alla libertà di coscienza e alla libertà
religiosa; in Italia dovrebbe prendere coscienza anche
in nome della sbandierata laicità. Purtroppo, di questi
tempi, ciò non avviene e quello che viene sancito dalle
stesse carte costituzionali sembra non valere più come
principio, ma rimanere una mera libertà soggetta a
tutte le libere interpretazioni, soggetta all’arbitrio
e capriccio di ognuno. Un segno in cui ci pare
abbastanza incluso un senso non piccolo di frustrazione,
a cui ci auguriamo che si riesca a porre rimedio, grazie
a quella luce che dal bambino di Bethelem, anche il
Natale di quest’anno anno ci invita ad accogliere.
Ed
con questo, l’augurio di buon Natale e buon anno per
il 2009; augurio che, Don Diego Acquisto, anche a nome
di tutti gli operatori di questa emittente Radio Favara
101, sente di formulare a tutti i radioascoltatori, come
pure alle varie Autorità,- politiche, militari, civili
e religiose. Auguri ! Noi torneremo a sentirci, nel
nuovo anno, lunedì 12 gennaio.
58
- Editoriale di Radio Favara 101 - lunedì 01.12.2008
Prima
Comunione e Cresima
A
Favara, nei prossimi giorni, tanti giovani, più di 350,
ragazzi e ragazze riceveranno la Cresima. Ne vogliamo
parlare, convinti come siamo, della rilevanza anche
sociale dei fatti di fede, che invece alcuni, imbevuti
di una certa cultura, vorrebbero relegare nella sfera
strettamente privata. La Cresima, oltre ad avere un
grande valore morale e spirituale, perché richiede una
scelta personale, libera e consapevole, ha una sua
ricaduta sul piano sociale, e anche economico, se non
altro per i regali che i padrini sogliono fare ai
figliocci, o per la serata di fraternità che parenti e
conoscenti del Cresimato, trascorrono lietamente in
ristorante. 350 giovani significano 350 famiglie, alle
quali bisogna aggiungere le 350 famiglie dei Padrini e
Madrine, che partecipano alla festa, per un totale
quindi di oltre 700 famiglie interessate. Ma tralasciamo
questi aspetti che pure hanno la loro importanza - e
come! - nella vita di una collettività, per affrontare
aspetti che riteniamo più importanti e che suscitano
preoccupazioni e perplessità. Aspetti che richiamano in
Italia l’attenzione delle persone più responsabili e
pensose. Persone che vivono nella lodevole tensione a
liberarsi di una religiosità solo tradizionale, per un
nuovo modo di vivere la propria fede religiosa. Da
qualche tempo è in corso, tra esperti di catechesi, di
pastorale giovanile, sacerdoti e pedagoghi, una
riflessione su questo sacramento, senza arrivare ancora
ad una conclusione largamente condivisa. Una riflessione
in corso che necessita di approfondimenti, anche al fine
anche di rivedere l’amministrazione del sacramento
della Cresima, che, nel vissuto collettivo, segna l’uscita
dalla fanciullezza e l’ingresso nell’età adulta.
Sono note le tappe dell’iter umano e religioso
consolidato nella pratica attuale della Chiesa Cattolica
: il Battesimo, alla nascita; la prima Comunione, sul
finire delle elementari o proprio alla fine come a
Favara; la Cresima, all’inizio della Scuola Media in
molte diocesi o al via delle superiori, come in altre
diocesi, tra cui, da alcuni anni, anche la nostra. Ma
genitori, sacerdoti, educatori, da tempo costatano
preoccupati che qualcosa si è rotto o inceppato nel
cammino di preparazione dei giovani verso una
progressiva presa di coscienza e una fede matura : il
sacramento su cui dovrebbe basarsi l’inizio dell’età
adulta, in realtà prelude l’abbandono della pratica
religiosa.
Quello
che si dovrebbe assolutamente evitare è la frattura tra
adolescenti e Chiesa proprio nel momento in cui la
comunità cristiana dovrebbe raccogliere i frutti di una
semina educativa di anni. E domande, preoccupate, allora
si affollano attorno al quesito se la Cresima non
sia stata in qualche modo "tradita".
Come se la Chiesa si fosse sinora preoccupata più di se
stessa, della sua sussistenza, e perseguisse un
adeguamento ai mutamenti culturali e alle esigenze del
mondo, invece di insistere sul valore teologico dei
sacramenti. Nello sforzo di trovare una via d’uscita,
ci sembra che si sono ormai delineati due orientamenti
in vista di una riforma della Cresima. Qualche tempo fa,
il Corriere della Sera (domenica 27 settembre 1998,
pag. 31) riassumeva tutto, su per giù, in questi
termini:
C’è,
da una parte, chi sostiene la necessità di un nuovo
ordine nella successione dei sacramenti. Questo gruppo o
tra virgolette "partito", tra cui spiccano i
liturgisti, punta a scandire le tappe della
"iniziazione cristiana" come in antico. Il
Battesimo, innanzi tutto, quale simbolo della
"nuova nascita": il cristiano viene generato
di nuovo come figlio e riceve dal fonte battesimale le
potenzialità di vivere la Parola e l’esempio di
Cristo. La Cresima, poi, per segnare il compimento del
Battesimo, con la forza dello Spirito Santo, perché si
possano sviluppare tutte le sue potenzialità, in un
incontro fra grazia di Dio e libertà umana. Infine, l’Eucaristia
a chiudere il ciclo : con la Comunione il cristiano,
entra a pieno titolo in una famiglia più larga : la
Chiesa, la comunità dei fedeli. Una
"rivoluzione", questa del "nuovo
ordine" che non fa tanto questione d’età e che
avvicinerebbe i cattolici agli ortodossi. Nella
tradizione orientale, infatti, al neonato vengono
amministrati tutti e tre i sacramenti insieme. La
catechesi degli adulti ha già favorito esperienze
simili in Italia. A uomini e donne che decidono di
abbracciare la fede cattolica è già stabilito, che
dopo la prescritta preparazione, vengano amministrati
Battesimo, Cresima e Comunione insieme.
L’altro
"partito", formato soprattutto da catechisti,
punta invece a sottolineare il valore pedagogico,
educativo di ciascuno dei sacramenti e ritiene
secondaria una riforma dell’ordine in cui essi vengono
dati. I fautori di questa tendenza, vorrebbero che fosse
resa evidente in ogni tappa della
"iniziazione" l’occasione pratica per fare
crescere psicologicamente il soggetto e per coinvolgere
la comunità attorno. Perciò, ad esempio, viene
ipotizzato anche di scegliere per ogni giovane un
"padrino", che non sia persona indicata dalla
famiglia, ma un uomo o una donna scelti dalla comunità
parrocchiale. E qui ci viene da porre un problema per la
nostra diocesi: In questo Anno dell’Ascolto, voluto
dal nostro nuovo Arcivescovo, non sarebbe forse
opportuno sollecitare una riflessione, per gli eventuali
ed opportuni cambiamenti se necessari ? Perché non
coinvolgere anche i genitori, che teoricamente definiamo
sempre i primi catechisti, ma che di fatto poi, spesso,
non vengono consultati e sono i primi a lamentarsi delle
decisioni che piovono dall’alto, per esempio circa l’età
di ricezione della prima Comunione e della Cresima ?
Ritornando
al discorso generale, di cui parlano non
infrequentemente anche i mass media e di cui si è pure
interessato in passato, come detto, il più grande
quotidiano nazionale, a me sembra difficile dire, in
questo momento, se prevarrà uno dei due
"partiti", tra virgolette, o se alla fine non
emergerà una soluzione capace di sintetizzare un’impostazione
teologico-evangelica, con acquisizioni della psicologia.
Un fatto, comunque sembra certo: nuove regole da sole
non saranno sufficienti se non verranno accompagnate da
una benefica rivoluzione di mentalità, tesa a
privilegiare l’aspetto religioso della Cresima
rispetto a mondanità, pranzi, padrinati, costosi regali
e quant’altro .Una rivoluzione di mentalità, per
dirla con l’autore dell’articolo sul Corriere della
Sera, anche tra il Clero sollecitato continuamente ad un
vero rinnovamento nel modo di evangelizzare, di fare
catechesi; una catechesi che spesso sfugge alle domande
più inquietanti della coscienza dell’uomo di oggi e
che si sofferma invece su aspetti marginali e di poco
interesse; evitando per esempio le lungaggini insulse e
stereotipate di certe omelie, in cui il servizio alla
Parola (con la lettera maiuscola) è davvero scarso.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, Don Diego Acquisto cordialmente vi
saluta ed unitamente allo staff tecnico e giornalistico
di Radio Favara 101, come al solito, vi augura buona
settimana con i programmi della nostra emittente.
57-
Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 24.11.2008
Favara
- Amministrazione Russello: dalla Giunta Politica alla
Giunta Tecnica o apartitica
"Non
intendo tollerare ritardi, né sentirmi ostaggio degli
uomini dei vari partiti".
Lo ha detto e scritto il Presidente della
Provincia Regionale di Agrigento, Eugenio D'Orsi, ai
segretari dei Partiti della sua coalizione di
centro-destra, circa l’indicazione di una rosa di
nomi, da cui egli intende scegliere i componenti della
Commissione per l’IACP. Un potere, quello di nominare
che la legge riserva al Presidente della Provincia, e
che D’ORSI intende esercitare avvalendosi dei consigli
e delle proposte dei Partiti che hanno favorito e
sostenuto la sua elezione. Ma precisa che non intende
sentirsi ostaggio degli uomini dei vari partiti, come
a dire che i partiti devono restare nei giusti limiti,
non imporre. a Lui poi il giudizio definitivo, perchè
sua, di fronte al popolo, è la responsabilità. Un
discorso che ci sembra corretto, secondo legge che con l‘elezione
diretta del Presidente della Provincia e del Sindaco, ha
voluto dire che i partiti, dopo avere proposto e
consigliato, devono sempre fare un passo indietro, dato
che il potere decisionale non spetta a loro, e l’interlocutore
del popolo, non sono più i partiti, come era una volta,
prima del 1992, anno in cui, il Parlamento siciliano ha
approvato la legge n.7 sull’elezione diretta, proprio
perché Sindaco o Presidente della Provincia non fossero
più ostaggio dei partiti, che nella prima Repubblica,
passo dopo passo, si erano allontanati da un
comportamento corretto, occupando le istituzioni,
degenerando in quella che veniva e si chiama
partitocrazia, diventando sempre più arroganti e,
cadendo, non infrequentemente nella vergogna della
corruzione. La legge n.7/92 ha voluto correre ai ripari,
colpire proprio la partitocrazia, lasciando al Sindaco o
al Presidente della Provincia anche la facoltà di
scegliere e di potere togliere agli assessori la delega
in qualsiasi momento, per il bene comune. Questo
discorso ci porta a dire qualcosa su quello che è
avvenuto a Favara, dove, dopo un anno e mezzo di Giunta
politica, il Sindaco Russello, per vari motivi, al fine
di continuare il mandato ricevuto dai cittadini
favaresi, ha deciso di ringraziare la Giunta politica e
formarne una tecnica, con persone scelte da lui, di sua
fiducia senza guardare alle appartenenze partitiche,
unicamente spinto dal desiderio – come tiene a
sottolineare - di volere affrontare meglio, a suo
giudizio, i problemi della città. Un ragionamento
etico, politico e giuridico su cui ci sembra non ci sia
nulla da dire. Un modo che intanto dovrebbe consigliare
a tutti di fare un passo indietro, stare nel proprio
ruolo secondo la legge, recuperare eventualmente
saggezza e compostezza, evitando inutili e sterili
polemiche, cadute di stile, sgarbi personali e quant’altro,
puntando unicamente al bene della città, anche nell’esprimere
il proprio personale dissenso.
Del
resto è anche comprensibile e si può legittimamente
pensare, che in tutto quello che è avvenuto a Favara,
abbiano giocato anche le fragilità umane, i non
brillanti rapporti personali, che cioè tra gli
assessori nominati dai Partiti ed il sindaco i rapporti
non fossero, almeno con alcuni, non fossero proprio
ottimi, con danno della città, che dalla Giunta
Politica, come sotto gli occhi di tutti non riceveva
quei servizi a cui aveva diritto. Guardando al bene
comune a cui la sana politica deve sempre tendere, non
è scandaloso che il Sindaco, anche per questo possa
avere deciso di cambiare squadra, perché gli obiettivi
prefissati, con quei partiti che hanno favorito la sua
elezione, si possano raggiungere meglio. Se poi questo
non dovesse avvenire nemmeno con la Giunta tecnica,
ognuno si potrà e si dovrà assumere le proprie
responsabilità ed operare secondo quanto prevede la
legge, anche arrivando, se necessario, al voto di
sfiducia. Il popolo sovrano poi deciderà nel segreto
dell’urna, votando per il Sindaco e/o anche per il
Consiglio Comunale. I partiti, specie se hanno già
sbagliato una prima volta, se vogliono un Sindaco del
tutto docile ai loro dettati, faranno più attenzione a
selezionarne la figura, prima di proporlo ai cittadini;
i quali però, per legge, hanno la possibilità di
organizzarsi autonomamente, con liste civiche, che –
sappiamo - , come è avvenuto nelle ultime elezioni, in
tanti paesi e anche a Favara, possono ottenere un
notevole successo. Ricordiamo che la Coalizione
dei Valori, (che per certi versi poteva
considerarsi una lista civica) e Primavera
favarese, se unite assieme avrebbero totalizzato
ben oltre il 30% dei consensi, arrivando sicuramente al
ballottaggio e ipotecando seriamente la guida della
città. Uno scenario che non è escluso che possa
ripetersi in eventuali prossime consultazioni
elettorali, se la Giunta Tecnica del Sindaco Russello,
per qualsiasi motivo dovesse fallire. Intanto, quello
che c’è di veramente positivo è che in Italia ed
anche a Favara si siano attivati il dibattito politico,
l’interesse dei cittadini, la partecipazione, cose
tutte che succedono quando c’è un Governo di
centro-destra, perché stranamente, con la sinistra al
potere – è solo una constatazione - tutto si
assopisce e diventa tranquillo, anche se il fuoco cova
sotto la cenere e si aspetta il segreto dell’urna,
come abbiamo constatato con le elezioni politiche. A
livello nazionale ed amministrative a livello comunale a
Favara. Andando alla situazione concreta, in questa
fase, a Favara credo che il popolo si attenda da tutti,
compostezza e serenità, senza pregiudizi di sorta,
dando fiducia alle persone perbene che, accettando l’incarico
di assessori, hanno dimostrato indubbiamente coraggio.
Al Sindaco ed ai nuovi assessori si consiglia di
collegarsi con i Partiti in Consiglio Comunale sui
problemi della città. Con la Giunta tecnica si superano
quelle riunioni di maggioranza, che, troppo spesso, come
è noto, servono solo per accordi più o meno criptati,
per compromessi e lottizzazioni, che fanno perdere
tempo, sono sempre fonte di malumori e producono spesso
solo danni al bene comune.
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56-Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 17.11.2008
Senso
e significato dell’elezione di Obama, simbolo di
speranza e di riscatto.
Martin
Luther King lo aveva detto: "I have a
dream" "Io ho un sogno".
Quarantacinque anni dopo quel discorso, ecco l'elezione
di Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti, un’elezione
che chiude un cerchio ideale. Barack Obama è il primo
candidato afro-americano che conquista la Casa Bianca e
la conquista in modo trionfale, vincendo in molti dei 50
Stati, dall'Est all'Ovest, dalle Montagne Rocciose agli
Appàlachi. E lo stesso McCain ha subito detto: "Questa
è un'elezione storica. Ho sempre ritenuto che l'America
offra opportunità a chiunque abbia la capacità e la
volontà di coglierle. Invito tutti gli americani che mi
hanno sostenuto a unirsi a me, non solo nel
congratularsi con Obama ma nell'offrire al prossimo
presidente la nostra buona volontà e il più grande
sforzo per unirci. Quali che siano le nostre differenze,
siamo tutti americani". E così, come vuole la
tradizione americana, lo sconfitto John McCain, subito
gli ha concesso la vittoria ed ai suoi fans ha detto "Ho
avuto l'onore di congratularmi con il senatore Obama,
diventato il nuovo presidente degli Stati Uniti".
Una lezione di stile che, specialmente in Italia,
dovrebbe fare riflettere tutti, dai consiglieri comunali
ai deputati al parlamento nazionale.
Sia
pure annunciata dai sondaggi, l’ affermazione di
Barack Obama alla presidenza degli Stati Uniti è un
evento che davvero segna una svolta storica, per gli
USA, ovviamente, ma non solo, se è vero come è vero
che il presidente americano è il punto di riferimento
anche della politica internazionale.
Per
il colore della pelle, per la sua storia, per la sua
età, per tutto insomma, il quarantaquattresimo
presidente degli Stati Uniti afferma qualcosa di nuovo,
quel cambiamento che è stato al centro della sua
campagna elettorale, quella empatia con un elettorato
bisognoso di punti di riferimento e, nello stesso tempo,
di prospettiva, di slancio; esigenze che per il
particolare momento che stiamo vivendo, - cioè i morsi
della crisi -sono balzate in primo piano
Il
simbolo Obama, affonda le sue radici nella tradizione
americana, ma ne afferma, nello stesso tempo, la
proiezione in avanti che le cose oggi richiedono.
Individuare le forme, i modi, i programmi del
cambiamento e del rinnovamento, ma soprattutto dei nuovi
investimenti che questa storia accelerata del
ventunesimo secolo reclama. È la sfida cruciale, per
tradurre in realtà, in concrete politiche, quel
rilancio, per quel cambiamento in positivo, per quel
recupero di slancio e di prospettiva che oggi
trasversalmente si richiedono al nuovo inquilino della
Casa Bianca.
La
crisi economica che si aggira per l'Occidente e che di
fatto interessa tutta l'economia mondiale è certamente
il primo e fondamentale problema. Si tratta di
rilanciare gli Stati Uniti, ma anche di mettere ordine
nel mercato finanziario mondiale. Un problema economico,
ma anche ovviamente un problema sociale: la classe media
sta combattendo dovunque una complessa e difficile
battaglia per la sopravvivenza.
Il
mondo globalizzato ha bisogno di un modo nuovo di "governance
mondiale". Le incognite certo non mancano, ma
questo non impedisce intanto di festeggiare la
consacrazione di un nuovo simbolo di speranza, di
riscatto, per milioni di giovani africani e non solo.
Il
viaggio in Europa, prima dell’elezione, ha permesso al
nuovo presidente di toccare con mano l'importanza del
rapporto con l'Europa, anche nella proiezione verso il
Medio Oriente, dalla Terra Santa all'Afghanistan, l'Iraq
e l'Iran, la guerra da finire e il nucleare da gestire.
L'economia, le questioni geopolitiche, dalla pace
all'ambiente; le questioni etiche, la "questione
antropologica", le grandi scelte bioetiche, la
tutela e la promozione della vita e della famiglia
fondata sul matrimonio di un uomo e di una donna,
rappresentano punti fondamentali per misurarsi
positivamente con il futuro.
Un
augurio al nuovo presidente degli Stati Uniti Barak
Obama di "rispondere alle attese e alle speranze
che si rivolgono verso di lui, servendo efficacemente il
diritto e la giustizia": sono le parole
augurali del Vaticano, gradite dal nuovo Presidente che
nei giorni scorsi ha telefonato di persona in Vaticano
per ringraziare Papa. Il compito del nuovo presidente
Usa è di immensa e altissima responsabilità, non solo
per il suo Paese, ma per tutto il mondo, per l’importanza
che gli Usa hanno in tutti i campi della scena mondiale.
Tutti auguriamo – e noi anche a nome di tutti i nostri
radioascoltatori lo facciamo da questa nostra emittente
Radio Favara 101- che Barak Obama, nuovo presidente
degli Stati Uniti, possa rispondere al meglio alle
attese e alle speranze che si rivolgono verso di lui,
trovando le vie adatte per promuovere la pace nel mondo,
favorendo la crescita e la dignità delle persone. A
qualsiasi razza, colore della pelle o classe sociale
appartengano, qualsiasi religione professino, in
qualsiasi partito militino, nel rispetto dei valori
umani e spirituali essenziali. I credenti pregano che
Dio lo illumini e lo assista nella sua grandissima
responsabilità.
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55-Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 10.11.2008
Concezione
della democrazia e problemi della scuola italiana
Lincoln definiva la democrazia come “il
governo del popolo, per il popolo, attraverso il popolo”.Sempre
più, negli ultimi anni, il modo preferito di fare
politica, è stato quello di restare in poltrona o, come si dice, in pantofole davanti al
televisore, parteggiando per l’uno o per l’altro
schieramento.
Il
dialogo cittadino-istituzioni, poi, si è andato sempre
più fondando, troppo spesso, su basi puramente
utilitaristiche o di delega permanente.
Le
mobilitazioni popolari di questi giorni contro il
decreto Gelmini sulla riforma della Scuola, hanno un
grande merito, quello di costituire forse un momento di svolta, ci auguriamo stabile,
sul modo di fare e concepire la politica, sul modo di
concepire la democrazia e la gestione del bene comune,
sollecitando i cittadini a mobilitarsi ed a dibattere,
senza recepire passivamente quello che viene deciso
dall’alto, come si constata che
avviene di norma quando al governo c’è la
sinistra o il centro-sinistra, o la sinistra-centro,
quando in Sicilia tutto sempre si assopisce, cessano le
contestazioni, non si vedono cortei per i servizi che
non funzionano, anche se l’immondizia è ammassata in
gran quantità in tutti gli angoli della città, quando
poi diventano impensabili le occupazioni delle scuole.
Con il centro-destra al governo si riscopre il valore
della democrazia, cortei e manifestazioni si
moltiplicano, il dissenso si grida, i cittadini
riacquistano la voglia di partecipare, di gestire
la cosa pubblica. E tutto questo è indubbiamente un
bene, perchè una democrazia non partecipata è come un
organismo senza ossigeno, si irrigidisce in forme
burocratiche, in piccoli gruppi chiusi o diventa preda
delle lobby.
Una
cosa che penso valga la pena ricordare è che la democrazia non è il governo della maggioranza, ma è di governare
con la maggioranza. La vera maggioranza poi è
quella che sa interpretare al meglio gli interessi
collettivi, il bene comune.
Ci
chiediamo dopo tutte le manifestazioni sul problema
della Scuola contro
la legge Gelmini, che i contestatori vorrebbero
che fosse ritirata, come stanno le cose ? Quali sono i
punti contestati ? Come la pensano davvero in
maggioranza gli italiani ? Non c’è il rischio di una
piazza disinformata e strumentalizzata ?
Diciamo
anzitutto subito che le manifestazioni hanno fatto
dimenticare hanno oscurato, almeno per il momento, la
pur grave, forse gravissima crisi economica.
Qualche autorevole opinionista
politico ha detto che questo non deve
sorprendere, essendo la scuola, tradizionalmente, lo
zoccolo duro dell’elettorato di sinistra. Sinistra
moderata e radicale, complessivamente dal 36% passa,
secondo i sondaggisti, al 42%. Abbiamo visto e sentito
comunque che molti dei manifestanti, interpellati dai
giornalisti durante le manifestazioni, non avevano
chiari i motivi della protesta e in non pochi casi, idee
proprio confuse. Vale sempre il principio che, conoscere
i termini di ciò che si intende criticare è una regola
fondamentale per un confronto civile ed utile; questa
regola deve valere anche e soprattutto quando si discute
di riforme scolastiche.
Esaminiamo
il decreto Gelmini che può essere sintetizzato in 6
(sei) punti. Su cinque quasi tutti sono d’accordo, cioè:
Costituzione come materia di studio – mantenimento del
libro di testo per almeno 5 anni – sostituzione del
giudizio nella scuola dell’obbligo con voto numerico
– reintroduzione del voto in condotta – messa in
sicurezza degli edifici scolastici. Il dissenso è sul
maestro unico o meglio prevalente nella scuola
elementare. Meglio prevalente, perché in realtà il
maestro continuerà ad essere affiancato
dall’insegnante di
inglese, da quello di informatica e da quello di
religione per chi se ne avvale. Sembrano norme nel
complesso condivisibili, su cui si può discutere, ma
non certo da giustificare il putiferio che si è fatto e
che ancora si vorrebbe fare da parte di alcuni
irriducibili, bloccando scuole ed impedendo i diritto
allo studio per chi non condivide
la protesta. E’chiaro che per tutti ci deve
essere la libertà di pensarla in un modo o nell’altro
opposto, di manifestare cioè e di studiare, di
disertare le lezioni o di frequentarle. Lo Stato deve
garantire la libertà di tutti; ascoltare certo le
critiche e le osservazioni, per colpire i privilegi ed
evitare gli sprechi che ce ne sono proprio tanti, ma
davvero tanti, all’interno della scuola e
dell’Università. La scuola non può essere ridotta ad
uno stipendificio, non può essere ridotta ad un
ammortizzatore sociale, pena l’inevitabile
dequalificazione, con danno irreparabile di tutti. Non
c'è dubbio che la scuola ha bisogno di un importante
lavoro di revisione, e che -così come è sotto gli
occhi di tutti- la qualità dell'insegnamento non è
proporzionale al numero degli insegnanti.
E
necessario, allora, con l’impegno e la buona volontà
d tutti, nell’interesse davvero di tutti, un salto di
qualità, accantonando interessi personali ed
elettorali, e puntando al bene comune. In questo senso
il Governo della Repubblica, democraticamente investito
dal popolo per governare e non solo per gestire l’esistente, deve essere stimolato,
criticato, con proposte concrete, nella direzione del
bene comune, contro i privilegi, contro gli sprechi da
qualsiasi parte provengano, puntando alla qualità…i
sacrifici devono essere proporzionati e giusti. Viene da
chiedersi: Perché
, data la necessità dei tagli, la conferenza dei
Rettori delle nostre Università, invece di minacciare
dimissioni in massa, non si assume l’ingrato compito
di stilare una lista, suggerendo a chi dare i soldi ed a
chi toglierli ? Gli investimenti nella ricerca -
ha scritto Napolitano in una lettera agli studenti -
dovrebbero costituire una priorità, anche nella
allocazione delle risorse, pubbliche e private",
pur senza dimenticare che oggi non si può fare a meno
di considerare la congiuntura economica, e quindi
l’assoluta necessità di rivedere la distribuzione
delle risorse a disposizione, e l'urgenza anche di
tagli.
Don
Diego Acquisto
53-Editoriale di Radio Favara 101 – lunedì 27.10.2008
Messaggio
CESi sulla povertà – Problema falsi poveri ad
Agrigento
Circoli
della legalità ad Agrigento e provincia – Problemi
della legge 104/92
Agrigento
città e provincia, luogo di contraddizioni. Mentre, nei
giorni scorsi la stampa dava notizia delle famiglie in
difficoltà e dell’impegno dell’arcivescovo
Montenegro all’interno della CESi a far passare il
messaggio sulla povertà, con l’invito alle pubbliche
istituzioni ad affrontare il problema soprattutto nei
riguardi della famiglia, superando risposte parziali ed
inadeguate, nella stessa pagina i giornali davano
notizia che proprio ad Agrigento risultavano tanti falsi
indigenti. Poveri cioè falsi, che si spacciano per
tali, senza esserlo,
al solo scopo di percepire indebitamente quelle poche
provvidenze previste dalla legge per la famiglia, come
assegni familiari di sostegno allo studio dei figli o
agevolazioni tariffarie per l’iscrizione agli asili
d’infanzia. Un malcostume quello di abusare, che per
essere estirpato richiede un profondo cambiamento di
mentalità in campo civile ed un profondo cambiamento
all’interno della coscienza, in una terra, come quella
agrigentina, dove il Vangelo, a parole, è ufficialmente
accolto. Abusi intollerabili, perché si danneggiano
quelli che sono veramente poveri.
Così
come – facciamo rilevare - per la legge 104, una legge
veramente d’avanguardia per tutelare le fasce più
deboli, ma che proprio ad Agrigento fa registrare gli
abusi più gravi; Agrigento, pare anzi che in tutta
Italia, in questo campo sia nella prima posizione, la
capitale cioè degli abusi della legge 104, nel senso
che, ad Agrigento e provincia, della legge 104 ad
usufruirne sono quelli che non dovrebbero; e così
proprio ad Agrigento-città e non in altre parti
d’Italia è sorto il Circolo della legalità,
invocando il rispetto della legge, da parte di quelli
che vedono calpestati i loro diritti, a causa, in questo
caso, non dei falsi poveri, ma di quelli che abusano
della 104, utile solo, nell’ambito scolastico, per
avere una sede migliore od ottenere indebitamente
trasferimenti, danneggiando altri docenti o
personale ATA., con maggiore anzianità di servizio ed
in possesso di maggiori titoli. E adesso apprendiamo
ancora dalla stampa che la protesta si va estendendo,
dopo Agrigento e Favara, per esempio a Raffadali, dove
risulta un concentramento eccessivo di soggetti a cui è
stata assegnata la legge 104/1992. Una
legge che prevede, ripetiamo, la precedenza
nei trasferimenti a domanda, rispettivamente alla
persona handicappata con un grado di invalidità
superiore ai due terzi (art.21) ed a quella che assiste
(art.33) con continuità un parente o affine entro il
terzo grado, handicappato grave, con lui convivente. Una
norma di grande dignità
sociale che, però, spesso è usata davvero in modo
distorto. Recentemente da Raffadali è partita la
richiesta da parte del Circolo della legalità, - che
proprio in questi giorni anche lì si è
costituito,-come riferiscono le cronache-, la richiesta
all’assessore Regionale alla Sanità, Massimo Russo
che è un magistrato, a disporre seri controlli
ispettivi, davvero seri, possibilmente con una
Commissione terza, per verificare se veramente chi ha
ottenuto la 104 ne abbia tutti i requisiti. Da parte di
molti si è sicuri che se veramente si procede a
controlli seri, davvero seri, gli abusi verranno a galla
e in gran quantità.
Ben
venga allora il grido di allarme dei vescovi siciliani,
che nell’ultima sessione della loro conferenza che si
è tenuta a Pantelleria, hanno alzato la voce in favore
dei poveri e delle tante famiglie siciliane, esposte
alla povertà più nera, per
cui, giustamente i Vescovi nel documento
ufficiale invocano,
da parte delle istituzioni, una politica locale,
regionale e nazionale, attenta a salvaguardare il potere
d’acquisto specialmente in materia salariale e per le
pensioni minime. Ben venga questo grido d’allarme. Ma
contemporaneamente bisogna pure alzare la voce contro la
cultura degli imbrogli e delle furberie, cultura
praticata dai ceti più elevati, per aggirare le leggi a
proprio favore e che
sfrutta le leggi vigenti in modo distorto per
danneggiare i veri poveri o come per la legge 104 in
campo scolastico, per calpestare indebitamente i diritti
altrui, diritti conquistati con tanti anni di sacrifici,
prestando servizio in sedi lontane e disagiate.
La
cultura della legalità, specialmente ad Agrigento e
provincia ha bisogno davvero di fare ancora tanti, ma
proprio tanti passi avanti. Non è consentito a nessuno,
autorità laica od ecclesiastica che sia, in presenza di
abusi, far finta di non vedere e voltarsi dall’altra
parte, lasciando solo alcuni a lottare. Nell’incontro
al Quirinale dello
scorso 4 ottobre, Papa Benedetto e il Presidente
Napolitano, sono stati concordi nell’affermare che “Chiesa
e Stato in Italia possono - e noi aggiungiamo,
quindi devono - far
convergere i loro sforzi e rispondere all'emergenza
educativa presente nel nostro Paese” proponendo
insieme “il
rifiuto di ogni forma di violenza, proponendo
insieme la cultura
e la pratica della legalità, proponendo insieme
un rinnovato senso del bene comune e del dovere civico”.
Radioacoltatrici
e radioascoltatori, don
Diego Acquisto, anche a nome dello staff tecnico
e giornalistico cordialmente
vi saluta e vi augura buon prosieguo di ascolto
sulle frequenze di Radio Favara 101. Noi
torneremo a sentirci lunedì prossimo.
***************************************
52-Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 20.X.2008
La
visita di Benedetto XVI al Quirinale, dello scorso 4
ottobre, "ha rappresentato innanzitutto la
conferma simbolica e visibile della profondità del
rapporto tra la Chiesa cattolica e la nazione
italiana". Lo ha detto il presidente della
Repubblica Giorgio Napolitano, in un'intervista
rilasciata, nei giorni scorsi, a L'Osservatore Romano.
Tale incontro indubbiamente ha evidenziato un segno
importante di assonanza, di affinità di preoccupazioni
su temi molteplici, di carattere internazionale,
sociale, civile e morale". Per esempio,
"Chiesa e Stato in Italia possono far convergere i
propri sforzi e rispondere all'emergenza educativa
presente nel nostro Paese" proponendo insieme
"il rifiuto della violenza, proponendo insieme la
cultura e la pratica della legalità, proponendo insieme
un rinnovato senso del bene comune e del dovere civico,
il richiamo a valori spirituali, ideali e morali contro
le suggestioni della corsa al denaro e al superfluo,
dell'esibizionismo fine a se stesso, dell'avidità e
dell'egoismo senza scrupoli".
Alla
domanda se si possa definire pienamente realizzata la
collaborazione tra laici e cattolici a sessant'anni
dall'entrata in vigore della Costituzione, il capo dello
Stato ha risposto di sì, nel senso che non ci sono
barriere a questa collaborazione e che c'è veramente un
mescolarsi naturale di laici e cattolici a tutela di
questi valori. E ancora poi ci sono da sfruttare tante
potenzialità di questa collaborazione. A proposito
delle radici cristiane, Napolitano ha detto che esse
"sono molto vive in Europa. E quella del
cristianesimo in Europa è stata forse la più grande
impresa di solidarietà che si sia realizzata in una
parte del mondo". Infine, per quanto riguarda il
contributo dalla Costituente ad oggi, "dei
cattolici come attori e protagonisti della vita
politico-istituzionale della Repubblica, Napolitano ha
detto che il contributo è stato fondamentale"; e
si è riferito non solo alla " posizione
centrale" per quasi un cinquantennio della
Democrazia Cristiana, ma anche al "ricchissimo
contributo di posizioni di pensiero di ispirazione
cattolica, in campo sociale. "Abbiamo avuto uno
sviluppo robusto del pensiero cattolico in molti
campi", ha detto Napolitano. Grande consenso allora
su tanti problemi concreti degli italiani, sui nodi da
affrontarli nella prospettiva di "un'operosa
convergenza di sforzi.
Il
Papa e il Presidente, insomma, hanno usato accenti molto
vicini, "convinti che si debba suscitare nel
mondo d'oggi una grande ripresa di tensione ideale e
morale", nella prospettiva di "una
società solidale, realmente animata dal senso di
legalità", come ha detto Benedetto XVI.
L'attuale congiuntura, che molti disorienta o spaventa,
richiede infatti un di più di concretezza, ma nello
stesso tempo richiede una sempre più larga convergenza
per fare comunità, per rilanciare tutte le forme di
coesione sociale, di senso di appartenenza, di identità
nel senso pieno e positivo del termine, proprio per dare
prospettiva e speranza.
Molto
significativo che in testa all'agenda ci siano, per un
impegno comune, i molti aspetti dell'"impegno
educativo", come ha detto il Papa, o della
"emergenza educativa", come ha detto
Napolitano citando proprio Benedetto XVI. È qui il
nocciolo della "responsabilità nei confronti delle
nuove generazioni", cruciale, nel nostro Paese che
si deve misurare con il futuro.
Ecco,
allora quindi, il consenso sulle prospettive, su quello
che si definisce la dimensione sociale e pubblica del
fatto religioso. Un tema che per l'Italia s'inquadra sul
lungo periodo. Il contrasto tra Stato e Chiesa in
Italia, al momento dell'Unità era emblematicamente
rappresentato proprio dal Quirinale, passato da dimora
dei Papi a reggia dei Savoia, un contrasto che è stato
forte: "Un contrasto durato alcuni decenni, che fu
causa di sofferenza per coloro che sinceramente amavano
sia la Patria che la Chiesa". Questo contrasto è
ormai da tempo superato "in modo definitivo e
irrevocabile", come è stato detto sia da benedetto
XVI che da Giorgio Napolitano. La Costituzione ha
dettato linee chiarissime. Chiesa e Stato, indipendenti
e sovrani, ognuno nel proprio ambito. Non è, dunque,
tempo di nuove o vecchie polemiche, quanto piuttosto di
chiare prospettive. Il Papa ha ribadito che
"la Chiesa non si propone mire di potere, né
pretende privilegi o aspira a posizioni di vantaggio
economico e sociale" e, nello stesso tempo, ha
ribadito il valore della "libertà
religiosa" in tutto il suo significato,
libertà religiosa tanto in terra di persecuzione,
quanto in uno Stato come l’Italia che vive nel libero
dibattito democratico. Bisogna allora superare, anche
dal punto di vista culturale, la prospettiva del
conflitto, del conflitto tra Stato e Chiesa. E questo,
chiaramente significa per tutti, lavorare per il bene
comune, lavorare per quella laicità positiva, su cui
si registra un consenso sempre più largo.
Radioacoltatrici
e radioascoltatori, don Diego Acquisto, anche a
nome dello staff tecnico e giornalistico cordialmente vi
saluta e vi augura buon prosieguo di ascolto sulle
frequenze di Radio Favara 101. Noi torneremo a sentirci
lunedì prossimo.
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51
- Editoriale di Radio Favara 101 -lunedì 13.X.2008
La
politica della sanità in Sicilia
Vedendo
come spesso vanno le cose, anche dopo l’avvicendamento
nella guida della Repubblica di forze politiche diverse,
di destra o di sinistra, sotto bandiere con colori diversi
e, in teoria, diversa impostazione ideologica, viene
subito da dire che cambiano i musicanti, ma la musica è
sempre la stessa; oppure, il lupo cambia il pelo, ma non
il vizio. E in questo caso, il lupo sono i leader politici
che si avvicendano al potere ed il vizio è sempre quello
che ad essere colpiti sono sempre le stesse fasce sociali,
quelle più deboli, quelle gia più tartassate dall’
inflazione, dalla disoccupazione, dai salari più bassi.
Incredibile ! per quanto si voglia credere, che finalmente
si cambia e si imbrocca una strada diversa, cioè la via
della graduale eliminazione degli sprechi e dei privilegi,
i fatti poi decisamente smentiscono, con la forbice che si
allarga, nel senso che i ricchi diventano sempre più
ricchi ed i poveri ancora più poveri. Quello che va
avvenendo in questa cosiddetta seconda Repubblica, che
della prima ha preso tutti i vizi, aggiungendone a questi,
altri.
Si
avverte forte il bisogno di un ritorno a principi
cristiani di giustizia, ai principi della DSC (Dottrina
Sociale della Chiesa), il ritorno ad
avere alla guida della cosa pubblica, - come ha detto
recentemente il Papa – cristiani veramente formati
e plasmati dallo spirito del Vangelo, con la
passione della politica come servizio, servizio al bene
comune, che esige anzitutto la ricerca della giustizia
sociale, della eguaglianza economica e non solo politica,
eguaglianza economica nel senso che ognuno deve potere
soddisfare le esigenze fondamentali
personali proprie e della famiglia; una politica
che contrasti decisamente gli sprechi ed i privilegi,
mettendo anche un tetto massimo agli stipendi, per evitare
che ci sia chi muore di fame, senza potersi pagare nemmeno
le medicine e le cure di cui ha bisogno, e persone invece
che guazzano
nel lusso più sfrenato, a spese di tutti, cioè di tutti
noi contribuenti.
A
vedere quello che sta succedendo nel campo della sanità,
c’è da rimanere inorriditi. Ad essere colpiti dai tagli
le fasce sociali più deboli; una sanità, soprattutto in
Sicilia, come ha denunciato, S. E. Mons. Mario Russotto,
il Vescovo di Caltanissetta,-riferendosi direttamente alla
realtà nissena, ma non solo- una sanità “gestita
dalle istituzioni – e noi
aggiungiamo dai politici di turno, eletti dal popolo
– con metodi mafiosi al fine di incamerarne tutti i benefici”. I
rappresentanti della politica che dovrebbero insomma
prendersi cura della salute dei cittadini, sono invece
proprio loro che portano allo sfascio la sanità per interessi loro personali.
Una denuncia che deve essere raccolta: “Abbiamo
occhi per vedere e bocca per parlare: e non possiamo
non vedere e non parlare su quello
che avviene nel settore della sanità”. Sono sempre
parole del Vescovo di Caltanissetta; parole che vogliamo
raccogliere e rilanciare; parole che non devono lasciare
nessuno indifferente. I tagli, necessari, devono essere
operati sugli sprechi e ce ne sono tanti; gli sprechi non
li vedono solo quelli che non li vogliono vedere e non
vogliono ragionare sulle cifre, sull’assistenza che
offrono le strutture pubbliche e su quella che offrono le
strutture private convenzionate, scelte liberamente dai
cittadini. Nella DSC è fondamentale il principio di
sussidiarietà; nella scuola come nella sanità, i
cittadini devono essere liberi di scegliere, la scuola
dove formarsi, la struttura dove curarsi. Tutte le
strutture, sia quelle statali, sia quelle gestite da privati
svolgono una funzione sociale ed un servizio pubblico.
In
una società veramente libera, lo Stato deve lasciare
liberi i cittadini di scegliere la scuola per i propri
figli, come la struttura dove curare la propria salute
fisica. Le risorse devono essere distribuite in base alla
scelta dei cittadini. Il principio di sussidiarietà è un
principio di libertà, che tutela la dignità della
persona, ed applicato al campo sanitario, la salute dei
cittadini, anche di quelli più poveri che diversamente
sarebbero costretti ad andare solo in certe strutture,
giudicate scadenti e poco qualificate, mentre i
ricchi hanno la possibilità di scegliere strutture
private migliori.
Speculare
sulla salute è veramente grave; colpire i più deboli in
questo settore è criminale. Ecco perché il Vescovo di
Caltanissetta, dove forse la situazione è più evidente
che da noi, ha alzato la voce con parole durissime; ha
detto, anche in occasione della festa di S.Michele
arcangelo, patrono di Caltanissetta: “Siamo
in presenza del Male, che come un drago dalle sette teste
sembra il simbolo del potere. Se siamo devoti di S.
Michele Arcangelo
dobbiamo uscire da questo torpore, che non ci fa vedere,
pur avendo gli occhi e non ci fa parlare e gridare pur
avendo voce. Non stare dalla parte del Drago, ma dalla
parte della verità e della giustizia, dalla parte dei
poveri e dei sofferenti, bisognosi di cure. La salute
dei cittadini è importantissima e non può essere gestita
da quanti sono alla guida delle istituzioni in maniera da
ricavarne solo benefici.”
Le
considerazioni che abbiamo espresso ci invitano a
riflettere e a chiederci quale politica ci può portare
fuori da una condizione servile e di mortificazione della persona.
Per
cominciare, vogliamo invocare
una politica capace di leggere la realtà, una
politica capace di servire, cogliendo la sfida della
solidarietà. Una
politica che, finalmente,
rinunci all'egoismo di imporre ad ogni costo i
propri percorsi, col fine più o meno nascosto di tutelare
i privilegi e gli interessi di alcuni. Una politica capace
di indicare valori alti e condivisi, legata alla
valutazione dei bisogni primari dei cittadini, tra cui
quello della salute; una politica tesa all'attuazione del
principio di sussidiarietà.
Una
politica che, davvero, senza retorica,
deve essere vissuta veramente come una delle forme
più alte della carità e che, con la fantasia della carità,
deve essere in grado di rispondere, soprattutto sul piano
della salute, alle aspettative dei cittadini più deboli.
|
50-
Editoriale di Radio Favara 101- lunedì 6.X.2008
Le
immagini sono rimaste impresse davanti ai nostri occhi;
mi riferisco all’evento che ha catalizzato il mondo
giovane e non solo, nei giorni della GMG che si è
svolta a
Sidney in Australia. L’evento sicuramente più
significativo di questa ultima estate scorsa. L’entusiasmo
si è dimostrato travolgente, giovani corpi hanno
inventato segni, sviluppato gestualità di
partecipazione, sigle musicali ed acclamazioni. Le danze
delle fanciulle in abiti candidi hanno parlato di una
femminilità che celebra con gioia e naturalezza il
mistero, il
mistero del grembo dove sboccia la vita, il mistero del
grembo talvolta offeso della donna.
Gli
aborigeni con il loro bastone consegnato a ciascun
giovane, con le loro danze rituali, i volti dipinti,
hanno suscitato rispetto per la loro ed ogni cultura.
Non si è trattato di esibizioni programmate per stupire
e far chiudere gli occhi su quanto
Benedetto XVI
ha richiamato con la sua consueta chiarezza: la
condanna della violenza e di ogni genere di
sfruttamento. Ed i messaggi del Papa sono stati seguiti
con attenzione ed interesse. Non c’è stata apatia,
non c’è stato disinteresse. Anzi tanto, tanto
entusiasmo. Un entusiasmo giovanile e non, che non è
stato colto da tanti giornali italiani. Ma , bisogna
riconoscere che con un ultimo colpo di reni, la stampa
nazionale è riuscita a evitare in extremis che gli
italiani si convincessero che Benedetto XVI a Sidney
abbia parlato soltanto dei preti pedofili. Le testate
giornalistiche hanno messo in risalto quasi
esclusivamente il monito del Santo Padre contro i
sacerdoti che si sono macchiati di crimini sessuali ai
danni di minori, ed hanno largamente trascurato i
contenuti dei suoi messaggi ai giovani. Soltanto dopo la
veglia e la Messa conclusiva, i principali quotidiani e
telegiornali hanno ritenuto di dedicare uno spazio
adeguato alle parole di speranza che Benedetto XVI ha
rivolto ai suoi interlocutori privilegiati, invitandoli
a riscoprire le ragioni della fede, a rendersi
protagonisti di una testimonianza cristiana coraggiosa
ed esigente.
Complessivamente
scarso è stato lo spazio dedicato proprio ai veri
protagonisti dell’appuntamento di Sidney – i giovani
– in particolare durante i giorni che hanno preceduto
le celebrazioni conclusive. Certo, è più facile
sintetizzare lunghi discorsi in poche frasi a effetto,
magari estrapolandole dal contesto, oppure insistere su
concetti di facile presa sull’attenzione dei lettori
invece che approfondire l’essenza del messaggio. E
così, nella generalità dei casi, le testate
giornalistiche hanno avuto difficoltà a restituire la
profondità delle parole che Benedetto XVI ha rivolto ai
giovani di tutto il mondo.
Non
che la sofferenza e la “vergogna” del Papa nei
confronti delle vittime di abusi sessuali da parte dei
sacerdoti non meritasse la risonanza che ha avuto: è
una ferita aperta per la Chiesa, soprattutto là dove ci
sono i minori che, insieme alle loro famiglie, sono
stati toccati dalla violazione più grave che possa
capitare all’esistenza di una persona. Benedetto XVI
è stato schietto e coraggioso nel chiedere scusa al
mondo per gli episodi accaduti, nel condannare in
maniera “inequivocabile”
gli atti commessi da sacerdoti o religiosi, nell’affermare
che i responsabili di tali misfatti “devono
essere portati davanti alla giustizia”.
Il
problema è che in troppi casi l’attenzione dei
giornalisti si è concentrata quasi esclusivamente su
questo. Molto più spazio avrebbero meritato i discorsi
del Papa, la vera e propria catechesi che ha proposto ai
giovani durante la veglia. “Credete
a ciò che Dio sussurra al vostro cuore” è stata
la frase che ha concluso la lunga riflessione proposta
agli oltre 250 mila giovani presenti e – tramite loro
– ai giovani del mondo intero. Prima di questa
chiusura, breve e profonda, molti altri passaggi di
forte intensità hanno toccano al cuore la condizione
esistenziale nel mondo di oggi. “Alla
fine, la vita non è semplicemente accumulare. Essere
vivi è essere trasformati dal di dentro.
Un
messaggio attuale per i giovani favaresi, soprattutto
per quella fascia che, vittima di certa cultura del
nulla, proprio in questi giorni si rende protagonista di
episodi negativi, come atti irrazionali di vandalismo e
quant’altro. E
quant'altro, perché
- come si diceva nell'ultimo Consiglio Pastorale
Cittadino - non mancano fasce che coltivano la cultura
della violenza e della rissa, esaltando la forza fisica
ed, espressamente, la stessa logica mafiosa.
Perciò, la repressione da parte delle forze dell’ordine
non deve mancare, ma si richiede soprattutto una
riflessione ed una maturazione culturale da parte di
tutti. Cosa che, anche a Favara, umiliata da
comportamenti incivili e rozzi, noi, malgrado tutto
riteniamo possibile, con vantaggio dei protagonisti in
negativo, che riscatterebbero la loro esistenza. L’esempio
dei giovani di Sidney e – diciamolo pure per dovere di
onestà - di non pochi giovani della nostra stessa
Favara, non potrà, prima o poi, - e noi naturalmente ci
auguriamo quanto prima - non esercitare il suo fascino.
Radioacoltatrici
e radioascoltatori, don
Diego Acquisto, anche a nome dello staff tecnico e
giornalistico cordialmente
vi saluta e vi augura buon prosieguo di ascolto
sulle frequenze di Radio Favara 101. Noi torneremo a sentirci lunedì prossimo.
49-Editoriale
di Radio Favara 101 – lunedì 29.09.2008
Il
punto sulla situazione amministrativa di Favara
"La
Chiesa non è e non intende essere un agente politico.
Nello stesso tempo ha un interesse profondo per il bene
della comunità politica".
E’ quello che ha ricordato anche recentemente Papa
Benedetto. La Chiesa cioè vuole mettere in
pratica "quel principio enunciato dal
Concilio Vaticano II, secondo cui la comunità politica
e la Chiesa sono indipendenti e autonome l’una dall’altra
nel proprio campo. Tutte e due, però, anche se a titolo
diverso, sono a servizio delle stesse persone
umane". Principio che, "autorevolmente
presentato anche dalla Costituzione della Repubblica
italiana", fonda "le relazioni tra la Chiesa e
lo Stato Italiano" e riafferma "sia l’indipendenza
e la sovranità dello Stato e della Chiesa, sia la
reciproca collaborazione per la promozione dell’uomo e
del bene dell’intera comunità nazionale". In
questo spirito, dopo la pausa estiva, all’inizio della
ripresa delle nostre conversazioni settimanali in questa
nostra emittente, Radio Favara 101, che si svolgeranno
il lunedì, vogliamo far sentire la nostra voce sulla
situazione amministrativa della nostra Favara, facendo
sintesi, dal nostro punto di vista, di quella che ci
sembra l’opinione pubblica oggi prevalente.
Nell’azione
amministrativa, guidata da un galantuomo come il sindaco
Russello, è assolutamente necessaria una svolta; urge
uno scatto d’orgoglio da parte di tutti gli organismi
legittimamente preposti alla cura del bene comune, per
la fiducia ricevuta dalla gente, attraverso l’ultima
consultazione elettorale di poco più di un anno fa.
Sindaco, Giunta municipale, Presidente del consiglio
comunale e Consiglio Comunale nel suo insieme,
maggioranza ed opposizione, tutti sono chiamati ad uno
scatto d’orgoglio per rilanciare il loro impegno a
servizio dei cittadini nel miglioramento dei servizi.
Mettendo da parte piccoli o grandi intrighi, interessi
personali, attaccamento a poltrone, possibili invidie,
gelosie e quant’altro, nel superiore interesse del
bene comune; si rende necessaria una svolta a 360 gradi;
una svolta incisiva ed efficace, nel rispetto delle
indicazioni date dai cittadini. Da tempo, si parla della
necessità di un rimpasto nella GIUNTA, ed a noi non
sembra procrastinabile l’impegno ad operarlo. Favara,
da parte di tutti, opposizione compresa, sicuramente
merita di più di quanto ha ricevuto nei mesi scorsi,
pur con tutta la buona volontà delle persone, a partire
dal Sindaco Russello, ai singoli assessori, alle varie
forze politiche, ai singoli Consiglieri comunali. Bando
ai personalismi ed alle sterili polemiche di piccolo o
apparente grande cabotaggio. Per primo il Sindaco
RUSSELLO è chiamato a cogliere i segnali che arrivano
dai vari strati della popolazione, -non vorremmo abusare
di una frase storica - il grido di dolore che si leva
dalla parte più sana del tessuto sociale favarese e
dalle persone più responsabili; bisogna subito
organizzare la speranza di nuovi possibili e positivi
traguardi, ascoltando consigli ed operando scelte anche
di persone, in grado di realizzare un positivo e
visibile cambiamento per il bene della Città.
Lo
dicevamo in un nostro editoriale di un anno fa, a pochi
mesi dal clamoroso successo elettorale che ha chiamato
Russello a guidare Favara. Non bisogna cullarsi del
successo. La gente sa giudicare ed agire al momento
giusto, nel segreto dell’urna. Rinchiudersi nella
propria ristretta cerchia di amici e clienti non paga. E
in questo senso forse ha pagato non poco la precedente
amministrazione per l’ultimo periodo, quando
dimenticando lo slancio iniziale con cui aveva
cominciato ad amministrare, senza preferenza di bandiera
e di colorazione politica, nell’ultimo periodo si era
lasciata soffocare dalla stessa propria cerchia di
amici, con scelte anche davvero discutibili, come quella
della statua della cosiddetta libertà (la
"vergine nuda") , fonte solo di
giustificate polemiche e malumori e di sperpero di
denaro pubblico. Di tutto, della caduta generale di
consenso nell’elettorato moderato e non solo, per l’Amministrazione
allora in carica, poi prova inconfutabile ne è stata
che, anche alcuni assessori appositamente candidati per
salvare la situazione, hanno raccolto solo poche decine
di voti, non riuscendo minimamente a salvare la
situazione. Personalmente al Sindaco Lorenzo Airò,
rimasto vittima della sua stessa cerchia di amici, si
riconosce di avere attuato non poche valide iniziative
per Favara. Sulla lezione scaturita dalle urne bisogna
meditare; rinchiudersi nel proprio orticello non paga,
come non paga però neppure la sola correttezza formale,
la cosiddetta "politica delle mani nette"
non accompagnata da un impegno incisivo per affrontare i
reali problemi della collettività. Quando è
necessario, nel senso buono, le mani bisogna sporcarsele
per il bene comune, operando tempestive scelte concrete,
scegliendo persone e strategie adatte, nello stile del
potere come servizio, liberandosi sempre dalla cultura
dell’accentramento dei poteri solo nelle proprie mani,
responsabilizzando i singoli assessori la cui azione
deve essere ben visibile e l’impegno concreto sul
campo dei diversi settori sotto gli occhi di tutti,
sotto la supervisione del sindaco, garante del cammino
complessivo, e sempre pronto a stimolare, mai a bloccare
l’azione degli assessori, secondo il programma
presentato agli elettori. Ben venga allora una
riflessione corale e complessiva, seguita dal coraggio
di scelte di linee di azione e di comportamento, come
pure di persone adatte, preparate e motivate; nuovi
assessori, in alcuni rami, insomma animati da buona
volontà e desiderio di fare andare avanti la comunità
Favarese.
--Tutti,
e sicuramente, maggioranza ed opposizione, ognuno per la
sua parte, tutti hanno ed abbiamo il dovere di far
crescere una Favara più solidale, una Favara più
pulita in tutti i sensi, con servizi decisamente
migliori, una Favara che sappia scoraggiare nei fatti il
clientelismo e l’illegalità, una Favara che non si
lasci intimorire nemmeno dagli spari diurni. I giovani
francescani ad ogni favarese lanciano una sfida: "Abbi
coraggio. Sii tu il cambiamento della nuova Favara che
vorresti".
Radioacoltatrici
e radioascoltatori, don Diego Acquisto, anche a nome
dello staff tecnico e giornalistico cordialmente vi
saluta e vi augura buon prosieguo di ascolto sulle
frequenze di Radio Favara 101. Noi torneremo a sentirci
lunedì prossimo.
46-Edit.
di Radio Favara 101 – sabato 14.6.2008
"Avvertiamo
con particolare gioia i segnali di un clima nuovo, più
fiducioso e più costruttivo. Esso è legato al
profilarsi di rapporti più sereni tra le forze
politiche e le istituzioni, in virtù di una percezione
più viva delle responsabilità comuni per il futuro
della Nazione". Così Papa Benedetto XVI ha
commentato, nei giorni scorsi, la situazione politica
italiana dopo le elezioni politiche dello scorso aprile.
Lo ha fatto parlando alla 58esima assemblea della Cei e
durante il ricevimento, il 6 giugno scorso del
Presidente del Consiglio, Berlusconi. Non solo. Il Papa
ha rilanciato le sfide della Chiesa: famiglia, scuola,
vita e povertà.
Quello
che il Papa ha ripetutamente sottolineato a più
riprese, nell’ultimo periodo, è l'esistenza di un
terreno favorevole per lo sviluppo dell'Italia, il
diffuso desiderio di riprendere il cammino, di
affrontare e risolvere insieme almeno i problemi più
urgenti e più gravi, di dare avvio a una nuova stagione
di crescita non solo economica ma anche civile e
morale". E non bisogna perdere tempo e cogliere, il
più velocemente possibile, risultati positivi. Perché
"se non ci fossero risultati concreti" il
clima potrebbe mutare. Vanificando l'opportunità.
Il
Papa rilancia la tutela della vita in tutte le sue forme
e la promozione della famiglia. Per Benedetto XVI
l'impegno della Chiesa deve esserci "in ogni
momento e condizione, dal concepimento e dalla fase
embrionale alle situazioni di malattia e di sofferenza e
fino alla morte naturale". Per quanto riguarda la
famiglia "deve affermarsi una cultura
favorevole, e non ostile, alla famiglia e alla vita''.
La scuola deve essere palestra di formazione nel
pluralismo. Pluralismo delle istituzioni scolastiche e
non solo all’interno della scuola statale. Pluralismo
quindi che include il sostegno alla scuola cosiddetta
privata e cattolica in particolare che assolve ad un
servizio pubblico e che quindi è meglio, per evitare
equivoci e visioni distorte, chiamarla scuola pubblica
non statale. ''In uno Stato democratico –
osserva il Papa - non sembra giustificarsi
l'esclusione di un adeguato sostegno all'impegno delle
istituzioni ecclesiastiche nel campo scolastico".
Per Benedetto XVI e non solo un tale supporto gioverebbe
"alla qualità dell'insegnamento". E’
davvero è ''legittimo domandarsi se non gioverebbe
alla qualità dell'insegnamento lo stimolante confronto
tra centri formativi diversi suscitati, nel rispetto dei
programmi ministeriali validi per tutti, da forze
popolari multiple, preoccupate di interpretare le scelte
educative delle singole famiglie". ''Tutto
lascia davvero pensare che un simile confronto non
mancherebbe di produrre effetti benefici".
Ed
ancora la povertà, davanti alla quale "non
possiamo chiudere gli occhi e trattenere la voce".
Il Pontefice sottolinea, inoltre, l'esigenza che la fede
non rimanga chiusa nel privato "in quanto essa
può offrire un importante contributo alla soluzione di
grandi problemi".
E
in questo spirito si è svolto anche il faccia a faccia
tra Benedetto XVI e il presidente del Consiglio italiano
Silvio Berlusconi, ricevuto in udienza privata in
Vaticano, per la seconda volta di fronte al Papa nella
veste di primo ministro, dopo l’udienza del 19
novembre 2005. Un incontro che, come ha poi sottolineato
un comunicato di palazzo Chigi, ha fatto riscontrare «la
speciale sintonia tra gli indirizzi dell’Italia e gli
obiettivi morali e religiosi della Chiesa cattolica nel
mondo » e «la priorità
attribuita dal Governo italiano, nella sua azione sul
piano interno ed internazionale, ai valori di libertà e
tolleranza ed alla sacralità della persona umana e
della famiglia»
E
non si potrà non essere d’accordo se davvero questa
impostazione dovesse tradursi – per restare alla più
lancinante attualità – in pronte iniziative sul
fronte dell’emergenza alimentare ormai esplosa a
livello planetario o – nel nostro Paese – nel rapido
avvio di politiche finalmente organiche per il sostegno
della famiglia, per la piena attuazione e valorizzazione
di un sistema educativo pubblico fondato sul largo
pilastro delle scuole statali e su quello, non meno
essenziale, delle scuole non statali e per l’affermazione
di principi di legalità basati sul rispetto integrale
della persona umana lungo tutto l’arco della sua
esistenza. Il nuovo e libero manifestarsi di un’ampia
e motivata consonanza tra Stato e Chiesa va registrato
con interesse. Soprattutto perché segnala che ci sono
le condizioni, per la verità non nata ieri, di un’azione
convergente «per la promozione dell’uomo e il bene
del Paese». Secondo lettera e spirito del
Concordato. E’ importante che le due Parti, dopo il
periodo travagliato del Governo Prodi, abbiano ribadito
la volontà di continuare la costruttiva collaborazione
a livello bilaterale e nel contesto della comunità
internazionale. Nessuno potrà ragionevolmente sostenere
che l’autonomia dell’uno o dell’altra, cioè dello
Stato e della Chiesa, è messa in questione perché tra «indirizzi»
e «priorità» programmatiche dello Stato e «obiettivi
morali e religiosi» della Chiesa è emersa una
significativa vicinanza, rimarcata, nel comunicato
ufficiale, con particolare forza da parte del Governo
italiano.
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45-Editoriale di radio Favara 101 – sabato 07.06.2008
In
questa nostra conversazione vogliamo riprendere per
sommi capi il messaggio del capo dello Stato agli
italiani in occasione della Festa della Repubblica.
Napoletano si è detto "Preoccupato
per il clima di ribellismo contro legittime
decisioni dello Stato". Un atteggiamento
che ci fa pensare alle parole di un grande statista,
quale fu Aldo Moro, assassinato dalle Br, il quale
più di una volta ebbe ad affermare che l’Italia
per salvarsi aveva bisogno di
riscoprire dopo la stagione dei diritti,
quella dei doveri e della responsabilità. Adesso
sentiamo che in Italia c'è il rischio di una "regressione
civile". Parole dure quelle pronunciate dal
presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nel
messaggio agli italiani in occasione della Festa
della Repubblica. Parole dure e toni preoccupati.
Che sicuramente fanno riferimento ai recenti fatti
di cronaca dalla questione dell'immigrazione e dei
raid a quella dei rifiuti a Napoli, dove la camorra
ha incominciato ad usare violenza per chiudere la
bocca a quanti possono pensare di rivelare i
retroscena delle magagne e dei latrocini, che hanno
causato la situazione che sappiamo. Di fronte a
tutti i problemi, Napolitano lancia un appello:
rifondare l'Italia come avvenne nel 1946 quando
nacque la Repubblica e il Paese riuscì a ripartire
dopo la guerra con "un
forte impegno e slancio comune". "Non
posso tacere la mia preoccupazione, in questo
momento, per il crescere di fenomeni che
costituiscono - ha detto Napolitano - la
negazione dei principi e valori costituzionali:
fenomeni di intolleranza e di violenza di qualsiasi
specie, violenza contro la sicurezza dei cittadini,
le loro vite e i loro beni, intolleranza e violenza
contro lo straniero, intolleranza e violenza
politica, insofferenza e ribellismo verso legittime
decisioni dello Stato democratico".
"Chiedo a quanti, cittadini e istituzioni, condividano questa
preoccupazione - ha aggiunto - di
fare la loro parte nell'interesse generale, per
fermare ogni rischio di regressione civile in questa
nostra Italia, che sente sempre vive le sue più
profonde tradizioni storiche e radici
umanistiche".
L'Italia
avrebbe bisogno di "un
forte impegno e slancio comune", come
sessant'anni fa, quando speranza e volontà diffuse
fecero "rinascere
il Paese in un clima di libertà, attraverso uno
sforzo straordinario di solidarietà e unità".
Oggi, ha sottolineato, "non
possiamo permetterci di fare un passo
indietro".
La
Festa del Due giugno, ha aggiunto Napolitano, ci fa
riflettere su "come" nacque sessanta anni
fa la Repubblica: "tra grandi speranze e
potendo contare sulla volontà allora diffusa tra
gli italiani di ricostruire e far rinascere il
paese, in un clima di libertà, attraverso uno
sforzo straordinario di solidarietà e unità. "Riuscimmo
- dice il presidente - in
quegli anni lontani a risalire dall'abisso della
guerra voluta dal fascismo, e a guadagnare il nostro
posto tra le democrazie occidentali. E abbiamo poi
superato tante tensioni e prove".
Non possiamo ora permetterci di fare un passo indietro;
sapremo, ne sono certo, uscire dalle difficoltà e
farci valere ancora una volta, grazie a un forte
impegno e slancio comune".
E
si è registrato un consenso bipartisan alle parole
del capo dello Stato.. "Siamo
certi che le parole del presidente della Repubblica
troveranno la più alta e doverosa considerazione
- dice il presidente del Senato - mai
come in questo momento il richiamo a quel clima di
grande solidarietà, che diede vita alla nostra
democrazia e alla nascita della Carta
Costituzionale, è profondamente opportuno".
Per Veltroni quello di Napolitano è "un
discorso di straordinario rilievo": "Il
presidente ci richiama ad affrontare i problemi
della sicurezza dei cittadini con serietà e civiltà,
evitando ogni rischio xenofobo e ogni tentazione
verso scorciatoie sbagliate e pericolose e sprona
l'Italia ad andare avanti".
Intanto
alcune statistiche hanno rilevato che il 29% degli
italiani dichiara di non sapere cosa sia successo il
2 giugno 1946. Colpisce il fatto che tra questi
cittadini ci sia anche la presenza di numerosissimi
giovani al di sotto dei 24 anni, specie residenti al
sud. Tra i quali vi sono dunque molti studenti che
ignorano il motivo del giorno di sospensione delle
loro attività scolastiche. Un altro segnale, forse,
della sempre minor conoscenza della nostra storia
tra le nuove generazioni. Il che potrebbe suggerire
agli insegnanti di dedicare qualche minuto in più
per spiegare il senso e l’attualità della festa
della nostra Repubblica. Ricordiamo
che il 2 giugno 1946 si tenne il referendum tra
monarchia e repubblica: gli italiani scelsero la
repubblica. Forse però non è solo questione di
ignoranza, ma anche, più in generale, di scarsa
appartenenza. Infatti, solo il 45% degli
intervistati considera rilevante l’identità
italiana, rispetto, per esempio, a quella europea. E
questo è sicuramente un altro problema in più e
non secondario, per il nuovo Governo Berlusconi.
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44-Edit.
di Radio Favara 101 di sabato 31.05.2008
Mons.
Montenegro, nuovo arcivescovo di Agrigento,
scegliendo il suo stemma episcopale ha scelto il
motto "Caritas sine modo" (carità
senza limiti) , un motto che riassume quello che in
questi anni è stato il suo modo di rapportarsi con
le situazioni e con la gente. All’interno dello
stemma due monti neri disuguali che formano una M,
per riprendere quello che è il suo cognome:
Montenegro e contemporaneamente richiamare la M
della Madonna, a cui ha voluto affidare se stesso ed
il suo servizio. Alla sommità dei due monti,
campeggia una stella luminosa di colore giallo, per
un richiamo alla Speranza, che non deve mai
abbandonare la nostra vita. Nel suo primo discorso
ai fedeli, Mons. Montenegro, tra l’altro ha detto:"In
una società che corre sempre più e ascolta e
guarda sempre meno, cresce il numero di coloro che
faticano, che restano isolati e che, tragicamente,
si arrestano e invocano aiuto. Non sono scomparse le
colonne degli schiavi. E la nostra terra di
Agrigento, "porta di speranza" per molti
disperati, ne sa qualcosa". Parole che
hanno lasciato il segno, parole che sollecitano a "prestare
costante e primaria attenzione verso i poveri:
fratelli feriti, ma anche "feritoie"- ha
detto - attraverso cui passa sicuramente la luce di
Dio". Il nuovo arcivescovo metropolita ha
parlato anche dei piani pastorali, sottolineando la
necessità "di correre il rischio e la sfida
della strada: luogo privilegiato," che
esige la nostra presenza – ha detto - la strada
non è una scelta pastorale possibile tra le tante,
ma dovere per noi. Questo nostro tempo e questa
nostra terra hanno bisogno di cristiani che
percorrono coraggiosamente e dignitosamente la
strada della legalità e della cittadinanza attiva
– ha aggiunto". E questa parole, questo
invito alla legalità ed alla cittadinanza attiva, a
Favara giungevano, proprio all’indomani quando era
stato ricordato uno dei suoi figli più illustri,
nel 62° del suo assassinio, Gaetano Guarino, primo
sindaco, democraticamente eletto dal popolo, dopo la
seconda guerra mondiale e la caduta del fascismo. A
Guarino è stata intitolata una scuola elementare,
quella di via Basile, con un mezzobusto ed abbiamo
sentito parole appropriate del dirigente scolastico
Gaetano Arnone, che ha consentito anche la stampa di
un numero unico, redatto dagli alunni e in massima
parte dedicato proprio a Guarino, al suo impegno per
sollevare le condizioni di estrema povertà in cui
si trovava il popolo, alla sua ansia di giustizia .
A Guarino è stato dedicato, sempre in questa
ricorrenza anche un Convegno al Castello di
Chiaramonte, con interventi e testimonianze di
spessore, tra cui quella del rettore magnifico dell’Università
"Kore" di Enna, prof. Salvo Andò, che,
tra l’altro ha affermato, che "i veri
valori per cui è morto il sindaco socialista
Guarino non sono datati". Sentita anche la
testimonianza dell’attuale vice-sindaco on.
Filippo Lentini, che, allora giovanissimo, ha
vissuto direttamente i fatti precedenti e
susseguenti l’assassinio di Guarino avvenuto la
sera del 16 maggio 1946, mentre egli rientrava a
casa, accompagnato dai suoi amici e compagni di
partito, all’incrocio tra Vicolo della Musica e
Via Vittorio Emanuele, intorno alle 20,30 quando a
Favara si spegnevano le luci delle strade. L’on.
Lentini ha descritto i funerali che furono una vera
apoteosi, con una straordinaria partecipazione di
popolo, un grande corteo che occupava le strade
principali di Favara, dalla via Vitt. Emanuele alla
Piazza Cavour per finire in piazza Garibaldi. Molti
indossavano cappotti tagliati e cuciti dalla coperte
americane. La salma che fu portata in Chiesa Madre a
furor di popolo, date le disposizioni ecclesiastiche
di allora, che oltre che con la scomunica, anche con
il deterrente della negazione del funerale
religioso, cercavano di arginare l’avanzata della
marea montante della cultura marxista e
socialcomunista, che allora riusciva ad illudere
tanti, con il miraggio di una maggiore giustizia
sociale.
Qualche
giornalista locale, sul recente convegno del
castello di Chiaramonte ha scritto che però sulla
morte di Guarino "è sembrata esserci quella
stessa area di omertà, di silenzio e forse di
paura, la stessa che in quel tempo non permise di
individuare l’assassino ed i mandanti di quell’omicidio,
che ufficialmente non hanno, a distanza di oltre
mezzo secolo, ancora un nome". (cfr.
Giuseppe Moscato su "La Sicilia" del
18.5.2008). Il film-documentario in forma di fiction
sull’assassinio di Guarino, prodotto dall’Associazione
"Manuela Loi" e proiettato in un’attenta
ed affollata Sala del Collare del Castello
Chiaramontano di Favara lo scorso 16 maggio, è
apparso davvero molto interessante, non solo perché
indica quasi chiaramente mandanti ed esecutori,
adesso tutti morti, ma anche per il contesto
farsesco in cui si sono svolte le indagini, che per
non trovare i colpevoli, cercavano di ipotizzare
prima ragioni di carattere passionale – un
rapporto adulterino del Guiarino con una sua
dipendente della farmacia- e poi chissà quali
intrecci tra mafia-politica-proprietari terrieri
collusi con la nascente D.C., desiderosi di
mantenere i loro privilegi. Naturalmente, nulla di
più falso e fuorviante, essendo maturato l’assassinio
tra i più stretti collaboratori, suoi compagni di
cordata politica, che per i loro latrocini, temevano
di essere denunciati e smascherati.
Radioascoltatrici e radioascoltatori, don Diego
Acquisto cordialmente vi saluta ed anche a nome
dello staff tecnico e giornalistico di Radio Favara
101, vi augura buona settimana con i programmi della
nostra emittente.
43
– Edit. di Radio Favara 101 – sabato 24.05.2008
Dopo
le recenti elezioni politiche, parecchi italiani
sono tornati a sperare. I partiti nani o partitini
sono stati spazzati via; non ci sono più i
comunisti, ma sono scomparsi anche i cattolici.
Famiglia cristiana ha scritto che "il
Cavaliere soffre della sindrome dei cattolici,
ritiene che i se ed i ma sulle questioni etiche
(dalla vita alla famiglia, dalla pace all’ambiente,
dalla giustizia alla legalità, dalla sicurezza all’immigrazione)
possano rallentare il cammino del suo Governo, di
basso profilo, ma fortemente compatto, perché alla
competenza si è preferita la fedeltà".
Già
la competenza o meglio l’incompetenza di diversi
Ministri. Qualche illustre politologo ha scritto di
essere pronto a scommettere che se all'attuale
squadra del governo Berlusconi venissero affidate
aziende private come Mediaset, Fiat, Eni, Luxottica
e simili, in pochissimo tempo queste diventerebbero
altrettante Alitalia.
Ma
! a nostro giudizio, è bene aspettare e giudicare
dai fatti. Vogliamo augurarci che tutto proceda per
il meglio, con la collaborazione della stessa
opposizione che si propone di essere costruttiva e
non, come ai tempi del Berlusconi due e tre,
pregiudizialmente contraria ad ogni decisione del
Governo e addirittura non infrequentemente
ostruzionistica. L’esito delle recenti elezioni,
anche in questa direzione dovrebbe insegnare
qualcosa, nel senso che non paga davvero un certo
tipo di opposizione. E forse è bene dire anche,
visto che ci siamo, che a non pochi non è sembrata
opportuna, l’idea del Governo-Ombra, tra l’altro,
realizzata in modo così tempestivo, prima ancora
che il Governo, quello vero, voluto dai cittadini,
ottenesse la fiducia del Parlamento. Tutta questa
fretta a non pochi è sembrata sconveniente,
soprattutto per la nuova qualità di opposizione,
che il P.D. di Veltroni dice di volere praticare,
dopo essersi liberata dell’abbraccio della
sinistra estrema. Questo clima nuovo di opposizione
si deve realizzare anche a Favara, dove l’opposizione
dei rappresentanti locali del PD, deve essere sì di
pungolo all’Amministrazione Russello, ma senza
esasperare i toni, e soprattutto senza cadute di
stile, scendendo in basso, con rampogne ed insulti
personali. Ciò nell’interesse della Città e
degli stessi rappresentanti dell’opposizione,
chiamati dal popolo ad una opposizione costruttiva.
Intanto,
anche in Sicilia, dove il nuovo Presidente della
regione Lombardo, ha vinto sulla Finocchiaro del
P.D. con larghissima maggioranza, l’azione del
governo sembra ormai avviarsi e anche qui le
speranze sono tante. Le difficoltà non mancano, ma
ci dobbiamo augurare che la volontà e la tenacia
prevalgano, sfruttando la consonanza col Governo
Nazionale, per esempio sul problema sicurezza che in
Sicilia significa lotta alla criminalità
organizzata. Perché le imprese del Nord vengano in
Sicilia ad investire, è necessario che ci siano
condizioni di sicurezza e non un clima di violenza,
di illegalità e di sopraffazione. La guerra del
racket, intrapresa in Sicilia e nella nostra
provincia, da molti imprenditori, ha bisogno del
supporto deciso delle istituzioni. Ed a proposito,
mentre Favara si preparava, ad accogliere il camper
della legalità, la cronaca ha registrato, ai
primissimi giorni di questo mese, un grave episodio:
l’incendio del deposito di ferramenta e vernici,
di Paolo Baldacchino, titolare di un antico e
frequentato negozio in Via Bers. Urso.
Ancora
gli inquirenti, da quello che ci risulta, non sono
in grado di stabilire la vera natura dell’incendio;
in ogni caso, i cittadini più responsabili non
hanno mancato di esprimere solidarietà alla
famiglia Baldacchino, da tanti anni laboriosamente
impegnata nell’esercizio commerciale. Per tutti, e
soprattutto per i rappresentanti della vita civile e
politica, l’impegno morale è quello di attivare o
potenziare subito, adeguate misure di sicurezza e
strategie operative per scoraggiare quanti volessero
percorrere la strada dell’intimidazione e dell’illegalità,
per bloccare un malcostume destinato ad infangare la
vita e l’onesta convivenza civile del popolo
favarese. Come ha riferito il settimanale diocesano "L’Amico
del Popolo", l’arciprete don Mimmo
Zambito, in una affollata assemblea liturgica
domenicale nella Chiesa Madre, ha parlato dell’incendio
del deposito della Ditta Baldacchino, rilevando e
condannando, alla luce del Vangelo, il diffuso clima
di omertà, che si poteva cogliere già in una buona
fascia di fedeli presenti in Chiesa. Frequentando le
varie Parrocchie, non è difficile constatare che,
come Comunità ecclesiale di Favara, nell’articolazione
dei suoi organismi di collegialità e
corresponsabilità, - Presbiterio e CPC, in perfetta
consonanza con le indicazioni pastorali dei Vescovi
, l’impegno forte continua ad essere quello di
curare sempre più la formazione delle coscienze,
per far crescere la cultura della legalità, la
cultura del coraggio contro ogni forma di paura, di
intimidazione e di omertà, per una testimonianza
cristiana che affronti decisamente i problemi
concreti del tessuto sociale favarese, dove una
larghissima maggioranza di persone oneste e
laboriose ha il diritto di non essere disonorata da
uno sparuto manipolo di fannulloni parassiti.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, don Diego Acquisto cordialmente
vi saluta ed anche a nome dello staff tecnico e
giornalistico di Radio Favara 101, vi augura buona
settimana con i programmi della nostra emittente.
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Editoriale
di Radio Favara 101 – sabato 17.05.2008
"Per
il nostro arcivescovo Francesco, che il santo Padre
ha scelto come Pastore della nostra santa Chiesa. Il
Signore gli conceda il dono della sua presenza e del
suo Spirito per poter edificare e guidare il nostro
cammino sulle vie che Cristo ha tracciato.
Preghiamo".
Così
tutte le Comunità ecclesiali della nostra vasta
diocesi hanno pregato, durante la preghiera dei
fedeli, dal 25 febbraio sino a ieri. A partire da
oggi invece, il nome del nuovo arcivescovo della
nostra diocesi FRANCESCO sarà regolarmente inserito
nel Canone della Messa al posto di Carmelo, dato che
proprio oggi allo stadio Esseneto di Agrigento
avviene il cambio, e Mons. Ferraro consegnerà
ufficialmente il pastorale, segno del governo della
diocesi, a Mons. Montenegro. Mons
Montenegro, -lo sappiamo ormai tutti-, finora
Vescovo Ausiliare di Messina-Lipari-Santa Lucia del
Mela-, oggi 17 maggio "prende possesso"
– così si dice in termini giuridici – inizia
cioè il servizio alla nostra diocesi, con tutte le
incombenze, diritti, doveri e poteri, che ne
derivano dal ruolo di vescovo di questa nostra,
antica e gloriosa Chiesa Agrigentina. Ma chi è
Mons. Montenegro ? Penso di fare cosa gradita
ai nostri radioascoltatori se diamo alcuni cenni
biografici.
Mons.
Francesco Montenegro, da genitori provenienti dalla
Puglia, è nato a Messina il 22 maggio 1946. Ha
compiuto gli studi ginnasiali, liceali e quelli
filosofici e teologici nel Seminario Arcivescovile
"S. Pio X" di Messina. Ha ricevuto l’ordinazione
presbiterale l’8 agosto 1969 con incardinazione
nell’arcidiocesi di Messina. Ha frequentato i
corsi di Teologia Pastorale presso l’Ignatianum di
Messina; dal 1969 al 1971 ha esercitato il ministero
sacerdotale in una zona periferica della città; dal
1971 al 1988 è stato Segretario particolare,
successivamente, degli Arcivescovi Mons. Francesco
Fasola, di felice e santa memoria, e Mons. Ignazio
Cannavò. È stato negli anni 1988-1998 Parroco
della Parrocchia di S. Clemente in Messina; dal 1988
è stato Direttore della Caritas diocesana, Delegato
Regionale della Caritas e rappresentante regionale
alla Caritas nazionale. Ha pure ricoperto i seguenti
incarichi: Insegnante di Religione, Assistente
diocesano del Centro Sportivo Italiano, Direttore
diocesano dell’Apostolato della Preghiera, Rettore
della Chiesa-Santuario di S. Rita e Padre Spirituale
del Seminario Minore. È stato nominato Ausiliare di
Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela il 18 marzo
2000, ha ricevuto la consacrazione episcopale il 29
aprile dello stesso anno. Attualmente è ancora
Presidente della Commissione Episcopale della CEI
per il servizio della carità e la salute;
Presidente della Caritas Italiana; Presidente della
Consulta Nazionale per la pastorale della sanità;
Presidente della Consulta ecclesiale degli organismi
socio-assistenziali. Dico attualmente, perché
questi incarichi o almeno alcuni di questi incarichi
nazionali dovrà lasciarli, in conseguenza del
servizio che assume nella diocesi di Agrigento. Da
quando, la vigilia di S. Gerlando, è stata data
notizia della nomina da parte del Papa, della nomina
di mons. Montenegro, la nostra diocesi ha vissuto un
clima di attesa e di trepidazione. Se n’è fatto
interprete il vicario generale, mons. Muratore il
giorno del giovedì santo, quando durante la solenne
Messa crismale, tra l’altro, ha detto:
"trepidazione per il Vescovo Francesco che la
benevolenza e l’amore del Padre ci ha donato.
Trepidazione come per ogni attesa decisiva, per ogni
proiezione di accoglienza vissuta nello spirito del
Vangelo: la presenza di un Vescovo nella Chiesa
segna profondamente la sua vita e apre percorsi di
futuro e di speranza nella consapevolezza di formare
insieme l’unico corpo di Cristo. In questo
orizzonte si apre un periodo di preparazione e di
attesa che tutti insieme vogliamo vivere
intensamente nella preghiera".
Attesa
che finisce oggi, con l’accoglienza di mons.
Montenegro, nel corso della solenne concelebrazione
in programma allo stadio "Esseneto"
di Agrigento, con la partecipazione della
rappresentanza di tutte le Parrocchie e la presenza
delle massime autorità politiche, civili e militari
della nostra provincia. Nei giorni scorsi,
in una intervista concessa ad un quotidiano, Mons.
Montenegro ha detto: "Visto che tutto
comincerà in un campo sportivo, l’augurio è
quello di giocare una bella partita" La squadra
c’è, un allenatore straordinario che ci dà le
indicazioni per andare avanti pure, ovvero Dio
Padre. Insieme cercheremo di vincere, anche se è
naturale che le partite sono sempre difficili".
Ed il giornalista di rimando:
"Per Lei è importante vincere o basta comunque
fare un bel gioco?". Risposta di Mons.
Montenegro: "Anche
i campioni non fanno sempre goal, ma il bel gioco è
indispensabile".
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Radio
Favara 101 trasmette sulle frequenze di 88,900 e 101
mhz
"LA VOCE del
DIRETTORE"
in
onda ogni sabato
alle
ore 7,30 - 11,15 - 14,15 - 18,15
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41
– Editoriale di Radio Favara 101 - sabato 10 maggio
2008
Con
l'elezione di Gianfranco Fini a presidente della
Camera dei deputati è caduto un tabù. Per la prima
volta dal '48 a presiedere la Camera dei deputati
c'è un uomo di destra. Ci sono stati quelli di
sinistra, i comunisti Pietro Ingrao, Nilde Iotti,
Fausto Bertinotti ed i post-comunisti Giorgio
Napoletano e Luciano Violante; sempre come
presidenti della Camera dei deputati ci sono stati i
democristiani Gronchi, Leone, Bucciarelli Ducci e
Oscar Luigi Scalfaro, c’è stato un socialista
come Pertini, una leghista come Irene Pivetti, un
post-Dc come Casini. Ma mai c’era stato sino ad
ora, uno di destra. Adesso, Fini , che ha detto: «Come
i miei predecessori Bertinotti, Casini e Violante
sono anch'io un uomo di parte, convinto dei miei
valori, ma mi è ben chiaro che la funzione di
presidente della Camera impone il rigoroso rispetto
della parità dei diritti dei parlamentari». Ha
elogiato il 25 aprile e il primo maggio, dicendo che
«Celebrare la ritrovata libertà dell'Italia e
la centralità del lavoro è un dovere cui nessuno
deve sottrarsi». Si tratta di valori, «condivisi
da tutti gli italiani, specie i più giovani». «La
ricostruzione di una memoria condivisa e la
pacificazione nazionale - ha aggiunto- sono
ormai state raggiunte; negli ultimi anni
molti passi avanti nella giusta direzione sono stati
compiuti e dalla quasi totalità delle forze
politiche. Coloro che si ostinano ad erigere
steccati di odio o a negare le infamie dei
totalitarismi sono pochi quanto isolati nella
coscienza civile degli italiani". Ha
parlato di sentire come imperativo morale quello di "dare
la massima importanza al diritto al lavoro in
condizioni di sicurezza", perché "la
perdurante tragedia delle morti bianche - ha
aggiunto - offende le nostre coscienze e non deve
essere più considerata ineluttabile ma deve
generare lo sforzo comune a tutte le istituzioni
perchè ad essa si ponga rapidamente fine». Ha
reso «deferente omaggio al Pontefice, che ha
riconosciuto come guida spirituale della larghissima
maggioranza del popolo italiano e indiscussa
autorità morale per tutto il mondo». Ma il
passo forse più significativo di tutto il discorso
di insediamento come presidente, un discorso durato
14 minuti e interrotto 16 volte da scroscianti
applausi bipartisan è stato, a mio giudizio, quando
ha parlato di Libertà minacciata dal relativismo
culturale. Si è chiesto: La nostra libertà
corre pericoli? Sì, ha risposto Fini «Un'insidia
alla nostra libertà e alla democrazia esiste
tutt'ora, ha detto. Non viene dalle ideologie
antidemocratiche del secolo scorso ormai superate,
ma dal diffuso e crescente relativismo culturale».
Si tratta, ha proseguito, della convinzione
secondo cui «la libertà è assoluta
pienezza di diritti e totale assenza di regole. La
Libertà - ha aggiunto - è minacciata quando
in suo nome si teorizza l'impossibilità di definire
ciò che è giusto e ciò che è sbagliato».
Secondo Fini, è responsabilità della politica e
delle istituzioni rispondere a questa «minaccia»,
puntando «sull'educazione dei giovani e sulla
diffusione del sapere». Farneticanti sono apparse
le preoccupazioni di qualcuno, qualche super
laicista secondo cui, in queste parole ci sarebbe il
pericolo di tornare alla dittatura del pensiero
unico, con la speciosa motivazione che è
impossibile coniugare il concetto di LIBERTA’ con
quello di lotta al RELATIVISMO. Fini in realtà ha
ripreso il dibattito contemporaneo nel quale
studiosi e politici occidentali, da alcuni anni
stanno riflettendo sull’insidia che per la
democrazia e la libertà costituisce il relativismo
culturale, frutto dell’errata convinzione che
libertà significhi libertinaggio.
Nel
discorso di Fini, rilevante è stato infine il
richiamo alla laicità dello Stato, principio
irrinunciabile di ogni moderna democrazia; però una
laicità positiva che riconosce il ruolo
fondamentale della religione cristiana nella
formazione e nella difesa della identità culturale
della Nazione italiana. Un passaggio fondamentale
questo della concezione della laicità, perché
rimette, dopo anni di laicismo duro, rimette quasi
la palla al centro dell’equilibrio tra la sfera
religiosa e quella dello Stato. Il termine che ha
usato Fini "riconoscere" è
non solo un richiamo rispettoso a quell’altro "riconoscere"
della Costituzione verso la persona, la
famiglia e le società intermedie, ma pure un passo
sicuramente avanti nell’idea stessa di laicità.
Un discorso, quello di Fini, che gli fa onore e che
merita di essere riletto, previa liberazione da
preconcetti, pregiudizi e incrostazioni ideologiche.
Radioascoltatrici
e radioascoltatori, don Diego Acquisto cordialmente
vi saluta ed anche a nome dello staff tecnico e
giornalistico di Radio Favara 101, vi augura buona
settimana con i programmi della nostra emittente.
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40-Edit.
di Radio Favara 101Sabato 3-05- 2008
Grande
fervore di devozione attorno alla Madonna, in ogni
parte della nostra vasta arcidiocesi, durante questo
mese di maggio, consacrato dalla pietà popolare
alla venerazione della Madre di Dio. Ad Agrigento
come a Favara, a Canicatti come a Sciacca, a
Campobello, Licata o Cammarata, Castrofilippo o S.
Angelo Muxaro, in ogni centro grande o piccolo,
dovunque ci sarà una notevole partecipazione di
fedeli, nelle Comunità Parrocchiali o nelle
famiglie, per venerare la Madonna, con la recita del
Rosario, con canti e preghiere varie, con la
celebrazione della Messa nei quartieri, mentre il
simulacro di Maria "pellegrina", sotto i
diversi titoli con cui viene invocata, dovunque è
ricevuto con gioia ed entusiasmo. Sempre la Madonna,
in ogni periodo dell’anno, dal popolo cristiano ed
agrigentino in particolare, è venerata con
particolari sentimenti di affetto e di fede, ma è
soprattutto in questo mese di maggio che dovunque
queste manifestazioni di devozione si rendono
particolarmente visibili e partecipate.Insieme alla
celebrazione liturgica, "fonte e culmine della
vita della Chiesa", la tradizione testimonia
una grande ricchezza di modalità di orazione
privata e comunitaria nell’ambito generalmente
chiamato "religiosità popolare" o "devozionale",
che ha una significativa incidenza nella vita
spirituale dei fedeli. La pietà popolare è un
tesoro della Chiesa: per capirlo, basti immaginare
la povertà che ne risulterebbe per la storia della
spiritualità cristiana l’assenza del
"Rosario" o della "Via Crucis".
Lo
sviluppo della devozione verso la vergine Maria,
inserita nell’alveo dell’unico culto che, a buon
diritto, è chiamato cristiano - perché da Cristo
trae origine ed efficacia, è elemento qualificante
della genuina pietà della chiesa. La Chiesa non
condanna affatto le manifestazioni della pietà
popolare, - che riflette la diversa sensibilità dei
popoli e la loro differente tradizione culturale -
anche se invita vivamente a purificare quelle forme
soggette all’usura del tempo, e che perciò
appaiono bisognose di un rinnovamento, in modo da
sostituire in esse gli elementi caduchi e
incorporare i dati dottrinali, acquisiti dalla
riflessione teologica e proposti dal magistero
ecclesiastico.
Come
ha scritto Papa Paolo VI, la Chiesa Cattolica
riconosce nella devozione alla Vergine un aiuto
potente per l’uomo in cammino verso la conquista
della sua pienezza. Maria SS, la Donna nuova, è
accanto a Cristo, l’Uomo nuovo, nel cui mistero
solamente trova vera luce il mistero dell’uomo.
All’uomo contemporaneo, non di rado tormentato tra
l’angoscia e la speranza, talvolta prostrato dal
senso dei suoi limiti e altre volte assalito da
aspirazioni senza confini, la Beata Vergine Maria,
contemplata nella sua vicenda evangelica, offre una
visione serena e una parola rassicurante: la
vittoria della speranza sull’angoscia, della
comunione sulla solitudine, delle prospettive eterne
su quelle temporali.
Ed
intanto l’altro ieri, primo giorno di maggio, come
di consuetudine, il GIOVANINFESTA. Montevago in
festa, la cittadina del Belice invasa da migliaia di
giovani.
Tutto
pronto per questo importante appuntamento. Un
momento di grande gioia e di riflessione, quella che
hanno vissuto o avrebbero dovuto vivere i giovani a
Montevago, per non restare vittime della cultura
dell’effimero e dello sballo, proprio mentre in
nome e per conto del trasgressivismo credono
talvolta di celebrare al meglio la loro libertà ed
esaltare la loro personalità.
L'uomo
ha radicata nel profondo del suo essere la tendenza
a "pensare a se stesso", a mettere la
propria persona al centro degli interessi e a porsi
come misura di tutto. Chi va dietro a Cristo
rifiuta, invece, questo ripiegamento su di sé e non
valuta le cose in base al proprio tornaconto.
Considera la vita vissuta in termini di dono e
gratuità, non di conquista e di possesso. La vita
vera, infatti, si esprime nel dono di sé, frutto
della grazia di Cristo: un'esistenza libera, in
comunione con Dio e con i fratelli.
Una
diffusa cultura dell'effimero, che assegna valore a
ciò che piace ed appare bello, vorrebbe far credere
che per essere felici sia necessario rimuovere la
croce. Viene presentato come ideale un successo
facile, una carriera rapida, una sessualità
disgiunta dal senso di responsabilità, un'esistenza
centrata sulla propria affermazione, spesso senza
rispetto per gli altri. Questa giornata del primo
Maggio a Montevago, ha visto i giovani per l’ultima
volta attorno al all’Arcivescovo Ferraro, pregare,
cantare, riflettere e divertirsi, accogliendo le
positive sollecitazioni della cultura cristiana e
dei testimoni.
Ed
infine questo mese di maggio è iniziato con la
festa di San Giuseppe Lavoratore, falegname di
Nazareth, che provvide con il suo lavoro alle
necessità di Maria e Gesù e iniziò il Figlio di
Dio al lavoro tra gli uomini. Perciò, nel giorno in
cui in molte parti della terra si celebra la festa
del lavoro, i lavoratori cristiani venerano S.
Giuseppe come esempio e patrono, riconoscendo così
la dignità del lavoro umano, come dovere e
perfezionamento dell'uomo.
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39-Editoriale
di Radio Favara 101 – sabato 26-04-2008
"DEMOCRAZIA"
NELLA CHIESA e CONSIGLI PASTORALI
La
spiritualità di S. Caterina da Siena, patrona d'Italia
I
laici hanno "la facoltà, anzi talora il dovere,
di far conoscere il loro parere su cose concernenti il
bene della Chiesa". Si tratta, in estrema
sintesi, della conclusione di un Convegno di qualche
anno fa, sul tema "Riscoprire il vero volto
della parrocchia", organizzato dal Pontificio
Consiglio per i laici. Sullo sfondo, il principio
sancito nella costituzione dogmatica Lumen gentium che
parla della "necessità di tener conto del
parere e del consiglio dei laici" come di una
necessità teologicamente fondata. Una necessità
che oggi riguarda in particolare l'attività dei
consigli pastorali, parrocchiale, cittadino e diocesano,
di cui fanno parte i laici con "voto consultivo".
Ed a Favara, recentemente è stato rinnovato il
Consiglio Pastorale Cittadino ed è stato eletto il
nuovo direttivo. I giornalisti più attenti, nella
cronaca provinciale hanno sottolineato il fatto che, per
la prima volta dopo oltre 15 anni dalla sua
costituzione, siano state elette nel direttivo due
donne, Lucia Collura della Parrocchia S. Calogero come
coordinatrice (compito che in
questi anni è stato svolto dal prof. Giuseppe Mancuso),
Giglia Marina, della Parrocchia di S. Giuseppe
Artigiano, come segretaria, mentre il compito di
tesoriere è stato affidato sempre dall’assemblea,
formata da 52 delegati, come per le due donne, tramite
votazione a scrutinio segreto, a Lillo Montaperto della
Parrocchia S. Vito. I 52 delegati dell’assemblea erano
e restano espressione di tutta la comunità ecclesiale
favarese, parrocchie, gruppi, movimenti, associazioni e
famiglie religiose. Con la guida dell’arciprete don
Mimmo Zambito, - che del CPC è il Presidente di diritto
– sono stati compiuti gli atti formali previsti dallo
Statuto, ma occorre precisare subito che la
"democrazia" nella Chiesa, è radicalmente
diversa da quella che caratterizza lo scenario politico,
dove in base al concetto di "rappresentanza"
il potere viene dal popolo e viene affidato a persone
che rappresentano il popolo. A differenza di quanto
accade in ambito politico, bisogna ricordare sempre che
la fede non può essere rappresentata da nessuno, ma | | | | |